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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di M. Cazora  18/04/2008, in Video (1245 letture)
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Tratto da Corriere della Sera, 14 novembre 1974

Cos'è questo golpe? Io so
di Pier Paolo Pasolini

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.
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Tratto da www.vuotoaperdere.org (17 ottobre200)

Ho letto con molta attenzione il racconto che Francesco Fonti ha fatto al giornalista Riccardo Bocca. Nelle parole di Fonti riemergono molti nomi di un passato DC ancora vicino. Forse, però, all’ascolto di uno di quei nomi la maggior parte dei lettori si sarà detto “Cazora chi?”.
Penso sia opportuno raccontare il seguito, ciò che Fonti non poteva neanche immaginare.

Dunque. Questa volta a parlare è un pentito della 'ndrangheta, che non sarà probabilmente persona degna di stima ma sicuramente custode di segreti a noi del tutto sconosciuti fino a poco tempo fa. Sia nel caso delle navi, sia nel caso Moro sembra parlare con grande conoscenza e cognizione di causa. Io non posso essere certo sulla sua attendibilità ma visto che lo è stato, e con grande dovizia di particolari che poi hanno trovato riscontro, per quanto raccontato riguardo le navi dei veleni non posso negare che una certa tendenza a prenderlo sul serio forse non sia del tutto sconsiderata.

Attraverso i suoi racconti – a pochi forse interesserà, ma dal punto di vista politico ha grande rilevanza – Fonti riesce perfino a riabilitare la figura di Benigno Zaccagnini che dopo la morte di Aldo Moro si immolò a caprio espiatorio per tutta la D.C., visto che in qualità di Segretario del partito fu considerato il massimo responsabile per le sue mancanze e per la sua debolezza. Zaccagnini rimane comunque il primo e l'ultimo ad essere morto a seguito del rimorso che si portava dentro e che lo ha accompagnato gli ultimi anni della sua vita. Altri più longevi di lui, ancora vivi e vegeti; complice una stampa cialtrona, si lasciano andare quotidianamente ad interviste o dichiarazioni senza provare la benchè minima vergogna.

Per l'ennesima volta sento raccontare di mio padre, questa volta in modo quasi mirabolante, come chi voleva davvero salvare la vita di Moro era Benito Cazora. Peccato solo che a dirlo sia un pentito e non degli atti giudiziari…

Già, perchè come gli appassionati sanno, mio padre Benito non solo raccontava durante il rapimento Moro quanto facesse minuto per minuto, ma pur essendo stato ascoltato nel corso degli anni successivi da diversi magistrati essi hanno sempre ritenuto che non andasse preso in grande considerazione tanto da non essere mai citato come testimone in nessuno dei processi Moro. In seguito ci sono state diverse Commissioni Parlamentari, ma anche lì nulla. In fin dei conti perchè andare a svegliare il can che dorme? E' stato più semplice attendere la sua morte avvenuta nel 1999 a 65 anni.

É giunta l'ora però di raccontare una volta per tutte cosa è accaduto da quel lontano 1978 sino alla sua morte.

Benito Cazora era un politico in grande ascesa ma dopo essersi indebitamente occupato della salvezza di Aldo Moro ha dapprima ricevuto minacce di morte, seguite da continui pedinamenti ed appostamenti da parte delle Brigate Rosse. Ma a tutto non diede particolare peso in quanto “aveva fatto il callo” quando, in qualità di assessore al Comune di Roma, gli fu rubata l'auto e poi fatta rinvenire incendiata. E per ribadire la minaccia, nell’auto fu fatta rinvenire una lettera anonima che recitava “la prossima volta con te dentro”.

Cosa accomuna due fatti così diversi e lontani nel tempo? Che in entrambe le occasioni fu costretto a girare armato poiché nessuno pensò bene di fornirgli una scorta e naturalmente mio padre mai la chiese.

Torniamo alla politica e a quell'uomo in forte ascesa che nel 1979 è convinto di essere riconfermato alla Camera con molti più voti della volta precedente: ed invece si ritrova primo dei non eletti (al termine dei conteggi post-elettorali). Ma al momento della ratifica in Parlamento finisce addirittura al secondo posto (sempre tra i non eletti).
Fino a qui tutto apparentemente normale, si può sbagliare valutazione, l'elettorato può giocare brutti scherzi soprattutto quando ci sono da assegnare le preferenze. Ma per me che sono maligno qualcosa non quadra, il numero di lista di mio padre era il 17 e nei seggi succede di tutto: ci si accorda, questo a te l'altro a me. Se quel 17 lo leggiamo al momento dello spoglio come il numero 1 e il numero 7 tutto sarà diverso ed i voti di Cazora andranno rispettivamente ad Andreotti ed al suo braccio destro Evangelisti.

“Ce lo siamo tolto dalle scatole” avranno pensato coloro i quali non avevano di certo gradito quell'invasione di campo nel caso Moro, ma così non fu perchè Benito Cazora era testardo, tenace, appassionato.
Nel 1981 ricomincia da capo e si ripresenta al Comune e, puntualmente, verrà rieletto. Ma lì Cazora può anche restare, non da fastidio a nessuno. Quello che però torna da infastidire fu la sua rielezione nel 1983 alla Camera, del tutto inattesa per la classe politica.
Ricordiamo che dal dopoguerra in poi in ogni legislatura i ricorsi per le verifiche dei voti di preferenza sono stati una consuetudine, mai presa seriamente in considerazione dalla Giunta delle Elezioni che è l'organo preposto per le verifiche. Perchè ciò avveniva? Per accordi trasversali che volevano lasciar così le cose e non creare malumori di nessun tipo.

Nel 1983 accadde qualcosa di nuovo, di inedito, che in pochissimi ricorderanno.
Sulla base di ricorsi di alcuni esclusi, si comincia il riconteggio delle schede per il collegio del Lazio. Senza entrare in particolari di carattere tecnico la Giunta decide per la decadenza di Cazora dopo 2 anni dal suo insediamento, durante il quale era stato anche relatore di più leggi votate dal Parlamento. Da allora ad oggi non si è più verificato nulla di simile e così Cazora resterà nella storia d’Italia come l'unico parlamentare rimosso dalla sua carica.
Con tre piccole postille di cui valutare l'importanza e che sanno tanto di “accanimento”:
1. non era stato ritenuto ineleggibile come altri (rimasti) dalla magistratura,
2. il riconteggio delle schede fu solo parziale per cui non sapremo mai se i suoi voti fossero veramente minori rispetto ai ricorrenti
3. la Giunta ha agito andando oltre i tempi previsti dalla legge.

Nel corso del suo mandato parlamentare Benito Cazora fu relatore di un provvedimento che prevedeva il risanamento dei conti RAI allora in deficit per oltre 100 miliardi di lire, ma la sua spontaneità lo portò a commettere un imperdonabile errore: di fronte al consiglio di amministrazione RAI si “permise” di far presente che lo Stato non può ogni anno risanare i loro conti con cifre così alte e si spinse a suggerisce una più oculata gestione del bilancio. Questo mandò su tutte le furie Biagio Agnes, allora direttore generale che minacciò di fargliela pagare dicendo tutto a De Mita. Promessa che Agnes puntualmente mantenne.


Ciricaco De Mita e Biagio Agnes

Terminata suo malgrado l'esperienza parlamentare tornò al suo lavoro di dirigente d'azienda ma anche lì qualcosa non funzionò e dopo qualche tempo Agnes lasciòa la RAI per diventare Presidente dell' azienda presso cui mio padre lavorava…
Subito dopo, all'improvviso, sempre mio padre venne recluso nella sua stanza si vide revocato ogni incarico arrivando al paradosso di essere pagato per non far nulla! Dopo alcuni mesi di tortura psicologica fu costretto ad accettare il prepensionamento.

Da allora non narro quante volte mi sia imbattuto in singolari situazioni che tuttora proseguono. A 47 anni mi ritrovo senza lavoro e senza un soldo poiché forse mio padre è stato l'unico politico “ingenuo” che non ha lasciato nulla alla famiglia, neanche una sistemazione per i figli. Sfido chiunque a trovare figli di parlamentari nelle stesse condizioni. Una volta un lavoro l'avevo ma il cognome non era quello giusto e così fui licenziato, vinsi la causa ma non servì a nulla perché non fui riassunto.

Questo lungo racconto ha lo scopo di portare ad una riflessione. Tutto questo strano accanimento che dal 1978 in poi ha scientificamente portato alla morte politica di Cazora ed è poi passato senza ritegno anche alla mia persona, può avere un nesso con quanto fatto per il caso Moro?

Non è singolare che un pentito dell' 'ndrangheta (la mafia più vicina ai Servizi) racconti che Cazora fu l'unico a volere la salvezza di Moro? Altri come Signorile hanno tentato qualche iniziativa con fonti più dirette (vedi Pace e Piperno), ma solo Cazora ha dovuto lottare da solo contro tutti fino all'ultimo contro decisioni già prese sfidando “i potenti”. Due giorni prima della morte di Moro ne preannunciò l’uccisione se non si interverrà. Ed aveva ragione.

Francesco Cossiga

Ma il saggio e maggior conoscitore italiano dello stato, Francesco Cossiga, lo invitò a non far nulla perchè egli aveva notizie opposte “fra 2 giorni Moro sarà liberato”. Chi mai toglierà il dubbio che quanto avvenuto e continua ad avvenire non sia un gesto di ritorsione? L'uccisione politica costa meno di quella fisica e non se accorge nessuno. Perchè ad oltre 30 anni da quel fatto ancora si continua con il figlio? A che punto arrivò mio padre per provocare tale reazione?
Perchè non fu mai sentito? Forse qualcuno temeva qualcosa?
Perchè nessuno capisce che forse cercare un nesso tra il 1978 ed oggi aiuterebbe a capire e forse a scoprire molte verità?
Perchè questo comportamento si protrae a me anche dopo 10 anni dalla morte di mio padre? Chi ancora oggi ha il potere e la voglia di far del male?

Ad altri l'ardua sentenza.

Una piccola postilla per raccontare un episodio di costume che la dice tutta su questo Paese. Ieri è morta la Sig.ra Angiolillo per i più ovviamente un cognome sconosciuto. A Roma la Sig.ra era considerata la regina dei salotti d'Italia e Bruno Vespa che col suo Porta a Porta è considerato la terza Camera diceva di considerare il salotto Angiolillo la prima Camera. Li si decidevano le sorti del nostro Paese, quasi fosse una loggia massonica di cui Gianni Letta era il Gran Maestro. Ebbene oggi la Camera ha tenuto un minuto di silenzio per la morte della Sig.ra come la commemorazione di un caduto di guerra. Che strano conclave il nostro Parlamento davvero capace di ogni malefatta, da destra a sinistra.
Che speranze possiamo nutrire noi poveri mortali quando ci troviamo di fronte a soggetti capaci di ogni più impensabile atto?
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Tratto da www.vuotoaperdere.org (16 luglio 2009)

Da ormai troppo tempo leggiamo le vicende “personali” del Presidente del Consiglio, c'è chi considera tutto ciò mera politica da gossip e chi invece considera questa storia come qualcosa da approfondire per capirne meglio i risvolti. Qualcosa di nuovo comunque sta avvenendo con scarsa attenzione (se non da totale disinteresse) da parte dei media. Quanto sto per esporre potrà sorprendere perchè voglio tentare di far comprendere come dal mio punto di vista l'attualità potrebbe portare una flebile luce sul passato ed il presente del nostro Paese.

Parliamo di fatti. Inizialmente Berlusconi, gli uomini di governo ed i peones hanno risposto agli attacchi mediatici attribuendoli ad una montatura della solita sinistra che incapace di attaccare dal punto di vista politico si appigliava attraverso una stampa compiacente a fatti personali per giunta totalmente infondati. In seguito le foto e le interviste sempre più incalzanti hanno cominciato ad intaccare la serenità del Premier e del suo entourage.

Giungiamo agli ultimi giorni e ci accorgiamo di qualcosa di nuovo.

La prima novità arrivata in fasi alterne, parte dalla CEI che senza troppi mezzi termini attacca Berlusconi che continua a non rispondere. Fatto curioso perchè mai verificatosi in precedenza. E ciò che è più strano è che neanche Gianni Letta, l'anima grigia, considerata unanimemente il più grande paracolpi, mediatore e solutore di qualunque controversia, sia riuscita a mettere un freno, nemmeno in qualità di Gentiluomo della Famiglia Pontificia (una volta si chiamava Cameriere poi il termine fu cambiato per adeguarlo ai tempi. Per intenderci un po' come il Marchese del Grillo, pensandoci bene sembra un peccato aver modificato il nome perchè osservandolo con attenzione Letta possiede nei suoi modi quel nonsoché che contraddistingue i maitre dei più famosi hotel del mondo con quei modi affinati, signorili, garbati quasi efebici, quei direttori alla Pretty Woman capaci di risolvere qualsivoglia esigenza e desiderio dei clienti).

In seguito Cossiga, che dapprima rilascia un'intervista, poi fa addirittura una interrogazione al Governo affinché metta in allerta i nostri Servizi per verificare se ci siano manovre ed ingerenze da parte di altri Servizi “amici” d'oltreoceano. Nei giorni successivi anche Bossi rilascia un'intervista nella quale dichiara che quanto sta accadendo a Berlusconi non può essere altro che frutto del lavoro dei Servizi, perché nel nostro paese i Servizi si sono sempre resi responsabili di atti indipendenti. La differenza, afferma Bossi, è che una volta usavano le bombe ed oggi fortunatamente le donne. Ed aggiunge che egli, al contrario di Berlusconi che affida tutti i suoi spostamenti ai Servizi, li affiderebbe alla Digos di cui si fida di più.

Questi i fatti che portano ad alcune considerazioni ed ovviamente anche a quesiti. Cossiga per decenni ha raccontato di tutto di più ma qualche mese fa dichiarò di non poter dire tutto quello che sapeva giustificandosi col fatto che nonostante la sua età preferiva non essere ucciso da parte di Paesi stranieri (questo lo ho trovato immediatamente ignobile poiché manca di rispetto nei confronti di chi è morto per lo Stato, per i parenti ed amici delle vittime che hanno vista segnata per sempre la loro vita. Ma forse, ancor di più, svilisce il coraggio ed il futuro della vita di chi combatte anche da semplice cittadino contro la mafia e quant'altro, senza per altro avere la protezione ed i privilegi spettanti ad un ex “Emerito” Presidente della Repubblica).

Come mai oggi trova tanto coraggio da poter suggerire al Governo di combattere eventuali interferenze di Servizi stranieri? E poi, durante i suoi incarichi governativi lui lo ha mai fatto?
Temo di no o quantomeno con scarsi risultati, e a tal proposito l'elenco dei fatti da ricordargli sarebbe lunghissimo.

Torniamo ora a Bossi, come può il leader di un partito di maggioranza affermare che in passato i Servizi mettevano le bombe? Cosa sa? Perchè nessun magistrato è intervenuto per domandarglielo?
Se chiunque di noi si azzardasse a dire qualcosa del genere verrebbe immediatamente tacciato di dietrologia spiccia, poiché tutto sarebbe considerato frutto di pura fantasia degna solo di essere trattata come chiacchiera da bar. E' strano: tutti sanno ma nessuno parla, nessuno chiede, nessuno indaga e così le prove che possono essere considerate tali solo se ratificate da un tribunale continuano a giacere nelle casseforti dell'ipocrisia col bene placet del popolo che osserva sempre pigro e complice.

Proviamo ad immaginare che i due abbiamo ragione riguardo un disegno preciso che vede Berlusconi nel mirino di chi non lo considera più un alleato affidabile. Quali prospettive possiamo prevedere e che nesso potrebbe esserci con il passato? Gli Stati Uniti hanno gestito, da più grande potenza mondiale quale sono, con un modus operandi che è rimasto invariato nei decenni (opportunamente modificato col trasformarsi dei tempi) tutte le controversie mondiali, decidendo chi fosse meglio governasse o comandasse in altri paesi, chi dovesse possedere armi nucleari e chi no (dimenticando sempre che gli unici ad averle usate sono stati loro).
Si sono sempre erti indisturbati arbitri e proprietari dell'universo.

Scopo principale rimane il controllo. Non vi è nulla più del controllo su ogni cosa che rappresenti il vero potere, e questo lo si può attuare in diversi modi. In America Latina, per esempio, lo strumento preferito è sempre stato quello politico, attraverso golpe militari che andassero ad evitare il predominio di una politica comunista a loro avversa. Il totale appoggio ad Israele, loro roccaforte inserita sola ed unica in un contesto arabo incapace negli anni di costituirsi come forza unitaria, nei decenni ha fatto proliferare il caos permettendo agli USA il totale controllo attraverso la loro fantomatica e mai risolta opera di mediazione.
L'Africa è un mondo a sé, si preferisce non contribuire a nessuno sviluppo favorendo il ricambio continuo dei vertici di uno Stato oggi e di un altro domani pensando esclusivamente all'aspetto economico derivato dalla vendita di armi, piuttosto che dallo sfruttamento del territorio (diamanti, petrolio,ecc.). E non dimentichiamo mai la vicenda di Ilaria Alpi, forse la Somalia è diventata la discarica mondiale di rifiuti tossici. Tralasciamo per un attimo l'Asia e l'Europa.

11/09/2001. Tutto cambia, cambiano gli equilibri mondiali, non esistono più equilibri, gli USA colpiti nel più profondo in qualità di vittima spostano l'attenzione totalmente su di loro consentendogli sino ad oggi di incentrare la politica mondiale in funzione della loro reazione. Tutto ciò ha rivoluzionato equilibri precari ma apparentemente dormienti: il mondo arabo che fino a quel momento aveva come massimo scopo la soluzione della diatriba israelo-palestinese si ritrova improvvisamente a diventare il nemico del mondo da combattere, l'Europa da lì a poco varerà la moneta unica e quell'insieme di Stati sempre divisi politicamente attraverso l'euro potrebbero finalmente, dopo secoli, trovare quel punto di forza unendosi ed accrescendosi attraverso l'ingresso dei paesi dell'est. Se in futuro l’Europa fosse in grado di creare maggiori rapporti con i Paesi Emergenti (vedi Cina) potrebbe davvero diventare una potenza mondiale in grado di contrastare ed influenzare la politica mondiale al pari di chi è stato da sempre il detentore in regime di monopolio di tale prerogativa.

Ecco che allora tutto salta, l'attenzione da allora si sposta altrove e così il controllo diviene totale. Nessuno è più in grado di pensare alla propria crescita, i progetti vedono uno stop improvviso, da quel momento in poi la priorità diventa un'altra e gli USA ne governano ogni scelta, creando spaccature, ma soprattutto alterando la futuribile fase economica che da possibile pericolo affossa tutti gettando lo scompiglio nel quale oggi tutti si ritrovano.
Tocca a noi, dopo “tangentopoli” che sposta l'asse politico italiano a destra (è sempre stato il sogno americano) accade qualcosa di totalmente nuovo nel nostro paese abituato da sempre alle rassicuranti e quasi clericali politiche democristiane in grado di accontentare bene o male quasi tutti. Crollano le ideologie, sparisce tutto quasi per incanto, sembrano salvarsi i comunisti ma pian piano toccherà anche a loro svanire, dopo una serie di trasformazioni.

Cosa può accadere oggi? L'avvento di Obama potrebbe alterare i rapporti tra loro e noi, visto che non c'è più Bush e la sua politica. E così Cossiga e Bossi potrebbero aver ragione.
Se l'uomo “abbronzato” desidera altro per l' Italia, quali strumenti utilizzerà allora? Non siamo in America Latina quindi escludiamo un golpe militare, ma proviamo ad immaginare un “golpe democratico”, così come è stato in qualche modo tangentopoli (le improvvise dimissioni di Cossiga significano qualcosa? Se prima di dimettersi avesse dato il mandato di governo a Craxi sarebbe andata a finire cosi?).
Si discredita Berlusconi, gli attacchi si susseguono, egli non risponde nemmeno alla CEI. Domanda: potrebbe rispondere se le cose dette fossero vere? Difficile! Come per il passato si mettevano le bombe, come dice Bossi, per non far spostare l'asse italiano a sinistra oggi l'obiettivo è cacciare Berlusconi. Già, ma come?
Nel modo più indolore possibile agli occhi dell'opinione pubblica che tanto lo ama.
Due ipotesi: esasperiamo la sua posizione al punto da costringerlo alle dimissioni, se lo troviamo consenziente troviamo un accordo magari con una buonuscita che preveda un bonus per le vicende giudiziarie. L’altra alternativa non lascia scampo: non accetti le condizioni? E allora andiamo allo scontro ma bada bene che una colonia eri e una colonia sei. L'arma di Berlusconi rimane l'amicizia con Bush che appartiene come il padre alla più antica e potente loggia massonica del mondo (ne fece parte anche Leonardo da Vinci) della quale è bene non trascurare il potere trasversale che attraversa i continenti interi.

Rimane un punto, il più enigmatico, quando si pensa ad un “golpe” si deve programmare il ricambio, punto dolente in questo momento nel nostro Paese. Staranno attendendo il momento giusto per ricrearlo? Qualcosa, se non molto, già si sta muovendo.
Chi vivrà vedrà.
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Di M. Cazora  22/04/2010, in Video (3095 letture)
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Di M. Cazora  23/04/2010, in Video (3027 letture)
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Pensieri Vagabondi sono anche quelli che ti frullano in testa nel giorno che vede Fini immolato sul grande altare della “non politica”. Con Berlusca furioso, Bossi minaccioso e tutti gli altri agitati da un solo timore: come non perdere la poltrona.
L'ex faxista per un improvvido destino si trova da qualche tempo a interpretare il ruolo dell'unico politico very democrat su piazza. Il più fedele ai dettami di quella costituzione che il suo (ex?) alleato di governo si ostina a considerare “vetero-comunista”. E pensare che Berlusconi, rispetto a Fini, era uomo di centro, erede di Craxi, socialista d'antan. Come può un ragazzo di oggi, per quanto informato, comprendere l'aspetto paradossale di questa vicenda?
In realtà non è chiaro a nessuno dove andrà a parare il Pdl, inutile e retorico il dilemma: “Mi spacco o non non mi spacco”? Si spaccherà, anzi è già spaccato.

Trovo singolare che ciò accada a ridosso dell'ultima tornata elettorale del centro destra che sì ha un po' penalizzato Berlusconi, ma che vede complessivamente rafforzata la coalizione. Che Fini voglia imitare Veltroni? Come andò a finire s'è vist. Ma forse stavolta è diverso, chissà. Ah, non ignoriamo la tesi secondo cui alcuni poteri- misteriosamente definiti forti- abbiano in qualche segreta stanza deciso di liquidare il Cavaliere- un po' troppo filo-arabo, un po' troppo filo Putin, un po' filo cazzi suoi- e la scelta sarebbe caduta su Fini, l'uomo nuovo della Destra Moderna (come egli stesso si è autodefinito mentre a nessuno sfugge che egli sia il più vecchio dei leader attuali, uno dei pochi che conosca le regole della politica) . Come andrà a finire nessuno può dirlo, ma è evidente che chiunque intendesse cercare un'alternativa all'attuale sistema di potere- non potendo trovare a sinistra l'uomo nuovo che non c'è- non poteva che impattare nel tenebroso leader di Alleanza nazionale, l'unico in grado di appellarsi a quelle tetre maggioranze desiderose di ordine che la destra è ancora in grado di mettere insieme per fare da argine ai baccanali di Villa Certosa, alla folla di papponi baresi, escort napoletane, farfalline romane e quanto altro. E c'è chi ha già in testa il futuro asset che vedrebbe fiorire attorno a Fini, Rutelli, Casini, Montezemolo la nuova maggioranza.

Se sono rose....non riesco purtroppo a entusiasmarmi per nessun tipo di destra né antica, né moderna, né morigerata né altro. Sono figlia dei tempi miei, non so che farci. Ho capito una cosa però: se è vero che la politica è una scienza esatta, la somma tra le forze in campo non è mai aritmetica. Senza un progetto politico, senza un leader trainante non può esserci maggioranza. Tutti finora sembrano avere avuto un unico problema: sputtanare B. invece che sconfiggerlo politicamente . Se lo scandalo fosse stata un'arma vincente Berlusconi avrebbe dovuto essere sconfitto alle ultime elezioni, invece non è andata così (anche se ha perso un bel po' di voti). La scesa in campo di Fini serve proprio a questo: imporre a Berlusconi il confronto su un terreno che non è il suo forte: la politica.Niente sarà più come prima anche se la costruzione di un'alternativa politica non appare semplice né agevole.

Non dovete stupirvi per questo mio esordio su un tema politico, apparentemente distante dai miei abituali interessi. Forse più legati all'iniziale ascesa di Berlusconi, ai cupi anni delle stragi, al mistero della sua fortuna economica, ai rapporti con i vari Mangano e Dell'Utri, alla nascita dei club di Forza Italia che hanno evocato il piano di Rinascita Nazionale. Non mancherà occasione per approfondire tutti questi argomenti, ma la prima volta mi è sembrato doveroso partire dalla fine. O da quello che sembra essere l'inizio della fine, la scesa in campo di Fini. Per capire davvero “c'èst Fini” oppure no.
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“Comunicare è alla base, ma chi è all’altezza?” Con questo slogan, alcuni anni fa, la trasmissione Il Comunicattivo di Igor Righetti poneva in maniera molto efficace la questione della “società della comunicazione”.

A partire dagli anni ’80 l’importanza della comunicazione è progressivamente aumentata e ha invaso tutti i settori e a tutti i livelli. Ma con una terrificante deformazione che, anche questa, si è esponenzialmente amplificata sino a giungere al paradosso di far coincidere la comunicazione con il fatto stesso di apparire.

Parla e sparla chiunque, si parla e si sparla di qualsiasi cosa. Io sfido molti a riepilogare i concetti espressi in una qualsiasi trasmissione televisiva, che tratti qualsiasi argomento: non si riesce più ad ascoltare, ma solo a sentire suoni. La tecnica non è quella di comunicare ma più semplicemente scomunicare, nel senso di parlare sull’altro, contro l’altro in una sorta di braccio di ferro dell’ugola o per dimostrare chi ce l’ha più grosso (il tono della voce).

Qualche anno fa mi fece molto sorridere un tentativo di moderazione attuato dal “grande” Biscardi che, in un certo senso, ha inventato un nuovo modo di comunicare lo sport attraverso il giornalista-tifoso. In un momento di “rissa” verbale del tipo curva nord-curva sud intervenne in maniera seccata con un perentorio: “Basta, basta. Parliamo al massimo due per volta senò non si capisce niente!”. Un mito.

Ma evidentemente Biscardi aveva capito tutto, aveva compreso che lo spettacolo andava oltre l’informazione, che al tifoso, in fin dei conti, non interessava un’analisi compita e precisa della partita (alla Brera o alla Tosatti, per intenderci) ma solo che alla fine dell’ambaradan la sua fede calcistica avesse avuto la meglio e quindi che il suo “rappresentante” sul palco avesse urlato una volta di più rispetto all’avversario “ci hanno rubato 3 punti!”.

I media (nuovi e semi-nuovi) hanno certamente arricchito il nostro patrimonio (anche se francamente hanno arricchito molto di più le tasche di rampanti imprenditori, ma questo è un altro discorso…) e ci offrono ogni giorno nuove opportunità. Purtroppo, però, i televisori non sono accompagnati da un “manuale d’uso sociale” e non esiste nemmeno una patente per chi produce i contenuti o per chi li guarda. Dobbiamo navigare a vista. E per questo è più facile che emergano e prendano piede fenomeni da baraccone che ci appiattiscono verso una visione della realtà che non è reale. Cosa c’è di meno reality di un reality? Dubito che nelle nostre case, nelle nostre scuole si possano vivere situazioni da Grande Fratello, Isola dei Famosi o Fattoria. Ma quello che conta è l’effetto: nella società quelli diventano i nuovi modelli, senza mediazioni.
La comunicazione è diventata un grande business e chiunque abbia uno straccio di telecamera o freepress lo sa benissimo. Sa benissimo del potere di cui dispone che, per quanto piccolo, riesce ad ottenere molte chiavi di accesso ed una possibilità di entrare nella testa delle persone. E lo sanno anche i potenti di turno, in questa partita doppia della complicità mediatica.

Qualcuno dirà che adesso c’è più vivacità, che prima era tutto piatto, noioso. Ma io non concordo. Semplicemente prima la comunicazione era “comunicazione”. Adesso è spettacolo e quella che abbiamo costruito negli ultimi 30 anni è la società dello spettacolo (che a sua volta si basa sull’immagine). Lasciamola stare al suo posto la comunicazione, nel camposanto.

Prendiamo la RAI del passato. Nei filmati d’epoca ci sembra di assistere ad un’altra era che fatichiamo a collocare solo qualche decennio addietro. E’ vero che i TG erano semplicemente radio-giornali ripresi da una telecamera, ma le tribune politiche erano dei dibattiti in cui ci si confrontava con educazione tra avversari politici che sapevano comunicare, eccome. Avevano le idee chiare, rispondevano alle domande, si difendevano dalle critiche e dagli attacchi extra-politici. Ma utilizzavano i contenuti per convincere il telespettatore.
E qui viene il punto. I contenuti.
Sebbene i padri fondatori della nostra Repubblica fosse degli ottimi comunicatori (non nel senso della spettacolarizzazione della propria immagine) il focus dei loro interventi erano i contenuti. Poi il telespettatore-elettore decideva, anche sulla base di una divisione ideologica allora molto più forte di oggi, ma sempre avendo la certezza di aver ascoltato e capito le ragioni degli uni e degli altri.

Tecnicamente, la comunicazione è una leva del marketing. Questo è ciò che un centinaio di anni di business moderno ci ha insegnato. Leva nel senso che è uno strumento in grado di veicolare il valore di un qualcosa e di convincere chi da questo valore ha qualcosa da guadagnarne. Ma non è “l’unico strumento” e nemmeno “lo strumento”. Prima di pensare alla comunicazione occorre pensare a quello che si intende proporre con la comunicazione. E questo chiunque lo sa.
Ma poiché l’obiettivo della società dello spettacolo è sempre stato quello di stupire con effetti speciali, essere fantascienza più che scienza, non mi stupisce che in pochi abbiano un “progetto di comunicazione” che risponde a dei valori personali, politici, imprenditoriali.

Ecco perché mi arrabbio quando si parla di “società della comunicazione”. La comunicazione ed il marketing sono una cosa seria che ci aiutano a informarci, capire, scegliere sulla base di ciò che corrisponde meglio ai nostri valori.
Questa è una società spettacolo che ci priva del nostro sistema di valori condivisi, che ci toglie la libertà di decidere nella cieca convinzione che valga più un provino al Grande Fratello che un impegno continuo e costante nel costruire, giorno dopo giorno, quel bagaglio personale che dovrebbe accompagnarci nel lungo viaggio attraverso la nostra esistenza.
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Illustrissimo Sig. Presidente Giorgio Napolitano,

come ogni 9 maggio Lei si starà preparando a ricevere le famiglie dei caduti durante gli “anni di piombo” per celebrare con loro la giornata della memoria delle vittime del terrorismo.
E’ importante che un Paese non perda la memoria anche dei propri anni più bui e mantenga alto il rispetto dei tanti che hanno sacrificato le proprie vite nella difesa dello Stato o di simboli e strumenti della democrazia.

Fino ad ora, però, le precedenti ricorrenze sono apparse più come delle convention di marketing che dei momenti di “presa di coscienza” e di superamento del dolore sul piano individuale.

C’è una parola che deve necessariamente accompagnare il termine “memoria” altrimenti questa resta un momento individuale di dolore che andrà presto perso lasciando spazio alla semplice compassione. E questo termine è Storia (con la S maiuscola, non è un errore).

La Storia, si impara sin dai banchi di scuola, la scrivono i vincitori. Gli anni ’70, i nostri anni ‘70, sono stati raccontati solamente da chi ne è uscito sconfitto e ha pagato (più o meno completamente) il proprio debito con la società.
Storici, giornalisti, osservatori e, soprattutto, familiari delle vittime non trovano però esaustive quelle parole, ritenendo che vi siano ancora troppi “buchi neri” di cui gli ex terroristi non parlano e che lasciano ancora troppe ombre sulle responsabilità di tante morti.

Evidentemente quei racconti, pur numerosi e forniti da più punti di vista, non sono sufficienti a chiarire fino in fondo come andarono le cose nel nostro Paese.
Perché? Semplice.
Perché loro, gli ex terroristi, hanno parlato di ciò di cui potevano parlare, un racconto dal loro punto di vista che, evidentemente, non è bastato per conoscerla tutta la verità.
Ci manca quel Dark side of the moon che non potrà mai venire dagli ex semplicemente perché non è loro responsabilità diretta. E quindi, come dice Curcio in una famosa intervista, dovrebbero fare delle chiamate di correità non avendo “le parole e le prove” per farlo.

Come uscirne? Sarebbe semplice se il nostro Paese avesse davvero la volontà di uscirne. Ma io credo che non ne abbia nessuna intenzione. Più semplice utilizzare il dolore che essere disposti a fare i conti con un passato che, forse, tanto lontano non è. Torna sempre utile un mistero quando si può, a seconda dell’occasione, scaricarne la colpa all’uno o all’altro.

Se Lei, Signor Presidente, fosse di avviso contrario, e volesse davvero utilizzare il 9 maggio 2010 come inizio di uno sparti-acque che ci traghetti verso una società più matura una cosa la può fare concretamente.

Qualcuno che in quello Stato ricopriva ruoli importanti, ha forse una certa disponibilità a raccontare un ulteriore pezzetto di verità che riguarda aspetti fino ad ora mai chiariti relativi a quello Stato che Lei, oggi, si trova a rappresentare nel cuore e nell’anima di tutti gli italiani.
Gianadelio Maletti, Generale del SID, direttamente coinvolto nelle strategie di quegli anni, ufficialmente latitante dal 1980 per la giustizia italiana condannato a 4 anni per favoreggiamento nel processo per la strage di piazza Fontana, ha ribadito (lo aveva già detto nel 2000 in un’intervista a Repubblica) il ruolo della CIA negli anni delle bombe e delle stragi. Pochi giorni fa, invece, si è anche espresso sulla vicenda di Aldo Moro sostenendo che i brigatisti avevano fatto un colpo troppo grosso e allora era impensabile che non si potessero mettere in mezzo forze molto differenti che, probabilmente, ebbero un ruolo determinante nel condizionare la morte del Presidente della DC.

Cose gravi, gravissime, che in qualsiasi Paese avrebbero provocato aperture di TG nazionali, quotidiani. Avrebbero “costretto” la magistratura ad interessarsi del caso, a verificare, approfondire.
Invece in Italia, Panta Rei, tutto scorre. Scorre sul velo dell’indifferenza della gente comune, del silenzio di coloro che sono chiamati in causa e, stranamente, sembra non interessare più di tanto neanche i familiari dei caduti.

Facciamolo questo sforzo. Si faccia ricordare come il primo Presidente che ha avuto il coraggio di guardare in faccia alla realtà e se siamo stati colonia, non fa niente. Ma almeno si potesse ammetterlo apertamente, sapere che la “ragione di Stato” non è un concetto astratto ma un muro invisibile che nasconde il dolore, la dignità di un popolo.

Quando non ci sono più le condizioni storiche, i muri cadono. E quando cadono possono provocare ulteriori dolori, è vero. Ma restituiscono la dignità, danno una speranza.

“Dobbiamo insomma aver cura che si rafforzino tutte le condizioni indispensabili per portare avanti, per portare a compimento un giusto sforzo di ricomposizione storica, nella chiarezza, e di rinnovata coesione umana, morale e civile della nazione.”
9/5/2009 – Discorso del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel "Giorno della Memoria" dedicato alle vittime del terrorismo.

E allora, caro Sig. Presidente, le dica queste nuove parole il 9 maggio. Non si immetta nel solito algoritmo ricorsivo di richiesta indefinita della verità.
Non chiediamola ma cerchiamola questa verità. E cominciamo da quello che hanno da dire coloro che erano dall’altra parte della barricata, che avrebbero dovuto difendere le Istituzioni.
Sono sicuro che una volta rotto l’argine, il fiume scorrerà generoso e darà nuova prosperità alle future generazioni.

PS. Eccovi i due video dell'intervista al Generale Gianadelio Maletti fatta da tre giornalisti Andrea Sceresini, Nicola Palma e Maria Elena Scandaliato che sono andati in Sudafrica e che dalla loro esperienza hanno tratto il libro "Piazza Fontana, noi sapevamo" (Aliberti Editore)


Maletti parla del caso Moro



Maletti parla della strage di piazza Fontana
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