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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Giuseppe Ferrara è, tra coloro che ho conosciuto grazie ai miei studi sulla vicenda Moro, una delle persone che mi hanno stupito di più.
Dotato di un bagaglio culturale impressionante, di una finezza di pensiero che lascia a bocca aperta e di una freschezza intellettuale sicuramente più dinamica ed effervescente della mia, nonostante i quasi 30 anni di differenza.

E', per intenderci, una persona che quando parla ha sempre qualcosa da insegnare. Nel suo mestiere (ovviamente) ma anche e soprattutto nelle molteplici vicende che in molti hanno solo letto sui libri e che lui ha vissuto da contemporaneo, ha avuto la possibilità di parlare con i protagonisti e in molti casi di studiare per le inchieste dei suoi lavori cinematografici.

Qualche giorno fa mi ha spedito delle riflessioni che riguardano il ruolo della Banda della Magliana (da molti ipotizzato) nella vicenda Moro. Non tanto nel suo aspetto politico, ovviamente, quanto in quello più strettamente criminale.

Prima di passare alle sue considerazioni, voglio premettere un piccolo (mica tanto) particolare che può aiutare a leggere meglio quanto Ferrara avrà da dirci.
Nel libro "L'Anello della Repubblica" (uscito nel 2009 per Chiarelettere) Stefania Limiti ha messo insieme una serie di elementi così sintetizzabili. Dopo il rapimento, l'Anello viene attivato per la ricerca della prigione dove i brigatisti avevano rinchiuso Aldo Moro. L'Anello si attiva chiamando in causa la Camorra che, a sua volta, si mette in contatto con il suo uomo di collegamento con la Banda della Magliana a Roma. Questi ultimi fanno emergere il nome di via Gradoli. L'informazione viene riportata a Roma ma, a questo punto, l'Anello è stoppato.
E' evidente, a questo punto, che a partire da quel momento in un'ipotetica trattativa per la ricerca della prigione e la sorte del Presidente della DC entra in gioco la Banda della Magliana.

Come, è tutto da definire. O, almeno, io non lo so.
Ma mi sembrava una premessa utile per "leggere" meglio le riflessioni di Giuseppe Ferrara che riporto integralmente di seguito.

"il caso Moro è ancora avvolto nel mistero?
A mio avviso no.
Tutti sappiamo che è stato un golpe. Persino uno studioso cauto come De Lutiis ha significativamente intitolato il suo ultimo libro IL GOLPE DI VIA FANI. Certo, le prove giudiziarie mancano. Ma non si sono volute acquisire o si sono volute sottovalutare. A cominciare dalla famiglia Moro. Che si è comportata malissimo, tradendo lo scomparso che, ricordo bene, forse nell’ultima lettera a Nora punta l’indice accusatore contro la DC. Ma la famiglia non ha avuto nessun coraggio e praticamente ha “coperto” il partito. Partecipando l’anno scorso a un dibattito alla presenza di una delle figlie di Moro ne ho avuto conferma. Alle mie sottolineature di ambiguità di Don Mennini, la figlia lo ha difeso a spada tratta.

Però ogni tanto, a volte quando meno te l’aspetti, escono delle verità.

Anche solo riflettendo.

Per esempio sulla Banda della Magliana.

Fin da quando uscì il mio film nelle sale, il regista Agosti mi disse che era stata la banda della Magliana ad uccidere Moro. Non so da chi avesse avuto questa informazione, ma anche se avesse raccolto una “voce”, cioè avesse recepito una convinzione popolare, la notizia ha un forte valore indiziario e va presa molto sul serio.

Ecco perché.

Stefano Grassi, nel bellissimo libro IL CASO MORO- UN DIZIONARIO ITALIANO, alla voce B. della M., scrive: “Nel quartiere, controllato in modo capillare da questo particolare tipo di malavita collegato a settori deviati dei servizi segreti e all’eversione nera, è situata la prigione del popolo di via Montalcini. Nelle immediate vicinanze di via Montalcini abitano numerosi esponenti della banda: a via Fuggetta 59 ( a 120 passi da via Montalcini) Danilo Abbruciati, Amelio Fabiani, Antonio Mancini; in via Luparelli 82 ( a 230 passi dalla prigione del popolo) Danilo Sbarra e Francesco Picciotto (uomo del boss Pippo Calò); in via Vigna due Torri 135 ( a 150 passi) Ernesto Diotallevi, segretario del finanziere piduista Carboni; infine in via Montalcini 1 c’è villa Bonelli, appartenente a Danilo Sbarra” (pagg.62-63,Mondadori,2008).

La “rivelazione” della prigione del popolo venne fatta da Morucci e Faranda al giudice Imposimato. Io stesso (nel 1985, mentre preparavo il film, proprio seguendo il suggerimento di Imposimato) ho potuto fare un sopraluogo nell’appartamento e constatare che sul pavimento c’erano ancora le tracce della falsa parete applicata dai brigatisti per creare un’intercapedine segreta.

Usando la logica, e guardando sulla cartina topografica l’ubicazione delle vie abitate dai banditi, via Montalcini risulta circondata dalle loro abitazioni; appare evidente che la scelta della “prigione del popolo”, dove però non abbiamo alcuna certezza che Moro vi abbia passato almeno qualcuno dei 55 giorni, non sia stata fatta dalle br ma dai maglianesi, che appunto volevano controllare a vista la “prigione” (a questo punto eventuale) e quindi Moro nonché i brigatisti.

Non solo. Poiché la ferocia dei banditi e il volume di fuoco che sarebbero stati capaci di produrre è addirittura mitico, appare chiaro che chi gestiva il rapimento era proprio la Banda ( e cioè i servizi diciamo così deviati, che con la Banda hanno rapporti strettissimi, come si deduce da tanti episodi ). Le br sono in realtà esse stesse prigioniere della Banda. E quindi delle forze politico-finanziare occulte che volevano la morte di Moro. Infatti sull’UNITA’ del 26 settembre 1982 Emanuele Macaluso ha dichiarato: ”Noi siamo fra coloro che non hanno mai creduto che a rapire e ad uccidere il presidente della Dc siano state solo le Brigate Rosse che organizzarono l’infame impresa. Abbiamo sempre pensato che gli autonomi obiettivi politici delle Br coincidessero con quelli di potenti gruppi politico-affaristici nazionali ed internazionali, che temevano una svolta politica in Italia” (citato anche nel volume POTERI FORTI, POTERI OCCULTI E GEOFINANZA, Mafia Connection ed., Pavia, 1996,pag.232). Conferma di tutto questo viene dalla lettura del volume IL MISTERIOSO INTERMEDIARIO di G. Fasanella e G.Rocca (Einaudi, Torino , 2003). Tra l’altro si viene a sapere che proprio in via Caetani esisteva un appartamento segreto (di proprietà della Duchessa Caetani) che durante la guerra aveva ospitato l’agente OSS Peter Tompkins e che potrebbe aver ospitato anche Moro prima dell’esecuzione. Sicuramente la Duchessa aveva persino l’accesso ad un un garage ( quello servito a nascondere la Renault rossa prima dell’assassinio, sul quale naturalmente nessuno ha indagato).

Che Moro abbia frequentato poco la prigione di Via Montalcini (se l’ha frequentata) è ormai certo (passare 55 giorni in un loculo senz’aria lo avrebbe stremato, invece la perizia del cadavere ha stabilito che Moro era in buone condizioni). Le altre “prigioni” sono almeno due: una (forse quella stabile, dove potrebbe aver passato la maggior parte dei giorni - spostare Moro sarebbe sempre stato un rischio) situata sulla costa laziale (sempre la perizia appura che sia le scarpe sia i pantaloni di Moro sia la Renault rossa hanno tracce bituminose e di terriccio che rimandano ad un luogo vicino a Palinuro) e una dove potrebbe aver atteso il momento dell’assassinio che secondo i brigatisti sarebbe avvenuto nel garage di via Montalcini. Bugia ridicola per tre motivi : il primo è che la Banda come ha scelto il covo di via Montalcini così sceglie il covo presso Palinuro; il secondo perché il garage di Via Montalcini è molto piccolo, quindi scomodo per sparare a Moro col cofano aperto, ed è molto esposto a visite di estranei ; infine portare il cadavere di Moro sanguinante da via Montalcini a via Caetani, cioè per diversi chilometri con molta polizia in allarme, è ovvio che fosse un rischio da evitare assolutamente; infatti la logica ci dice che il garage dove è stato ucciso Moro non può essere che in Via Caetani (cioè nel Ghetto ebraico) a pochi metri dal posteggio dove poi sistemare la Renault rossa.

Su chi abbia sparato a Moro i brigatisti hanno indicato ben tre di loro e questo dimostra sia pure solo indiziariamente che la loro testimonianza è inattendibile. Molto più attendibili i messaggi lanciati da un appartenente alla banda della Magliana, Antonio Chichiarelli, che lascia in un taxi un borsello con oggetti che “alludono a momenti diversi del rapimento e del sequestro Moro: i dodici proiettili, sparati da due armi diverse, con i quali Moro è stato ucciso; la testina rotante con cui sono stati scritti i comunicati (…); le due fotografie di Moro scattate dai brigatisti, il comunicato del lago della Duchessa; i medicinali che necessitano al prigioniero; i fazzoletti di carta con cui sono state temponate le ferite dopo l’esecuzione; un pacchetto di sigarette della marca fumata da Moro” (S.Grassi, op. cit., pag 155). Con questi documenti o notizie che potevano essere in mano a Chichiarelli ( es. : la foto originale della Polaroid) solo per aver gestito in prima persona sequestro e assassinio, sono, oltre che un oscuro messaggio, la confessione del delitto stesso. Quando dichiara di conoscere la marca dei fazzolettini tampone, Chichiarelli ci fa sapere che è lui che li ha messi sul cadavere di Moro, al punto da farci sospettare che sia proprio il killer del presidente ( o almeno che ha fatto parte del commando maglianese).

Questa “crescita” dell’importanza della B.della M. nel caso Moro apre uno scenario diverso e inquietante che fa valutare in modo nuovo altri episodi (tra cui primeggia il falso comunicato n.ro 7). Ma anche la scoperta del covo di Via Gradoli si configura sotto un’altra luce ( per es.: vuoi vedere che Chichiarelli aveva le chiavi dell’appartamento ed è stato lui, o qualcuno come lui, a provocarne la scoperta?)

La banda era potentissima anche in Vaticano, per i rapporti con Marcinkus (venuti fuori nella rubrica tv CHI L’HA VISTO) e, com’è noto, per aver fatto seppellire nientemeno che uno di loro nella basilica di San Paolo (alla stregua di un santo o di un cardinale!)."
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Di M. Cazora  31/07/2010, in Parole senza deferenza (909 letture)
Oggi su Il Fatto Quotidiano si sono espressi alcuni tra i più famosi analisti politici di cui il Paese possa vantarsi, da Paolo Flores D'Arcais a Marco Travaglio, da Luca Telese a Nando Dalla Chiesa ecc. per sottoporre le loro ipotesi sul futuro del Governo e quindi di Berlusconi, vorrei quindi cimentarmi presuntuosamente anche io facendo un triplo salto mortale senza rete.

Contravverrò alla logica politica che accomuna più o meno tutti loro. Sono convinto che al di là della campagna acquisti che il Cavaliere si sta accingendo a fare, il Governo cadrà a prescindere dal fatto che questo derivi da una volontà precisa di Berlusconi di farlo cadere, piuttosto che dall'implosione dello stesso. Come previsto dalla Costituzione, i rappresentanti di tutti i partiti facenti parte l'arco costituzionale si presenteranno dal Presidente della Repubblica che cercherà di capire se esistano le possibilità di un nuovo mandato per formare il Governo o meno.

Qui potrebbe nascere la prima sorpresa, perchè potrebbe essere deluso il desiderio del Cavaliere di andare immediatamente alle urne con la attuale legge elettorale; certo di vincere a mani basse; e chissà che non si riescano a trovare i numeri per giungere almeno a questa riforma e poter tornare al voto.

Ma mi azzardo ad andare oltre, tolto il fatto che una nuova legge elettorale sarebbe solo un bene per il Paese, aggiungo che in questo momento non avrà una grande importanza.

Berlusconi e le sue truppe cammellate assieme alla Lega non vinceranno le elezioni, e nessuno dei suoi oppositori riuscirà a raccogliere tanti consensi tali da farli governare ed ecco che come per incanto pur essendoci una legge maggioritaria, si tornerà al passato ad una specie di proporzionale che consentirà al Paese di aver un Governo di larghe intese in grado di affrontare senza indugi tutti i temi che gravano impetuosi e non permettono di essere risolti da una rinnovata linea debole incapace di autogestirsi. Dopo 17 anni sarà la fine del berlusconismo e le sorti dello stesso fautore di tanta egemonia dipenderanno dagli accordi che egli riuscirà a raggiungere con la nuova maggioranza o altrimenti si vedrà costretto a pagare quel fio che ha tenuto lontano per anni con il gioco delle tre carte ed il consenso di personaggi squallidi con il guinzaglio che non erano di certo amici dell'uomo.
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Ma cosa sta succedendo nel nostro Paese, non bastavano le fratture interne alla maggioranza, l'anonimato dell'opposizione e una manovra finanziaria devastante?
A quanto pare no, antichi fantasmi ritornano prepotenti dal passato: P2 o P3, questione morale, interrogativi nuovi che rimuginano nel vecchio, improbabili rimpasti da prima repubblica ed un ghe pensi mi quanto meno sconcertante.

Berlusconi, Carboni, Cicchitto tutti iscritti alla P2 di Licio Gelli, la massoneria non muore ma a quanto pare nemmeno si rinnova, le solite facce, le solite storie, le solite assonanze ed ecco che come per incanto riemerge dalle ceneri la questione morale evocata in un passato ormai lontano da Enrico Berlinguer ed oggi ripresa da quegli uomini che in passato definivamo neofascisti, ebbene sì oggi a parlarne è Gianfranco Fini, che sempre più stanco e forse un po' schifato non perde occasione per far innervosire il re.

Qualcuno oggi si accorge che il re ha divorato i suoi sudditi, ma c'è sempre l'impunito che si rifiuta, quando arriva il proprio turno lui si ribella ed ecco che come all'improvviso si accorge di non stare insieme ad uno stinco di santo (come se prima lo fosse) e non ci sta.

Ma il ribelle se pur debole è furbo, perchè andarsene sul più bello solo perchè non riconosce più il suo re? Proviamo a far diversamente, come il cavallo di Troia cerca di colpire dall'interno colpi bassi che il sire non sopporta, se ne lamenta ma altro non può.
Ed ecco che preso dalla rabbia e dalla disperazione va al mercato e tenta di comprare l'UDC, ma la risposta è ni poiché il suo leader viene da quella prima repubblica che tanto amava il proporzionale ed era giunta suo malgrado alla logica dell'alternanza, ma il re queste cose non le accetta, non le concepisce e risponde io sono il re e sempre lo sarò.

La Procura della Repubblica di Caltanissetta che indaga sugli attentati del '92 ci dice che se riusciranno a giungere finalmente alla verità riscriveremmo la storia italiana da Portella della Ginestra sino ai giorni nostri, ma l'interrogativo più pesante è: riuscirà lo Stato a reggere un colpo tanto forte? È un interrogativo da far tremare le gambe a chiunque.

Troppe cose, troppo grandi, anche per il re, ma egli non molla non ci sta ad essere spodestato per sparire in un buco nero fatto di troppe incognite e qualcosa farà, saranno gli ultimi colpi di coda di un uomo che si sente invincibile ma che si sentirà ben presto disperato, solo con i suoi repubblichini. E' proprio vero la storia si ripete ed è per questo che mi attendo prossimamente un riaffiorar di sentor di mafia, di gesti intimidatori nel tentativo di rafforzare quella parte di servizi
che resistono al nuovo.
Per loro un cambiamento sarebbe devastante e lottano con tutte le forze rimaste, sarà uno scontro all'ultimo sangue e come un western che si rispetti alla fine il sangue scorrerà.
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Qualcuno lo aveva previsto. L'inchiesta sull'eolico e il suo fondo melmoso coinvolgerà i piani alti della politica, da palazzo Chigi al ministero della Giustizia.. Niente e nessuno si salverà.. Ed è quanto sta avvenendo in queste ore. La notizia che anche Denis Verdini, il numero tre del Pdl, sia iscritto sul registro degli indagati per appartenenza alla nuova P2 (o P3 come qualcuno la chiama) ha provocato un terremoto politico e siamo soltanto agli inizi. Ieri sera si è dimesso dalla carica di assessore regionale della Campania Ernesto Sica, il quinto ad essere finora indagato per associazione segreta. La sua posizione era ormai incompatibile con quella del governatore Caldoro nei confronti del quale- a quanto si apprende dall'ordinanza- avrebbe ordito un vero e proprio complotto, accompagnato da dossier diffamanti su presunte abitudini sessuali. Caldoro aveva il solo torto di essere stato prescelto dal Pdl come candidato per la Campania dopo che era venuta meno quella di Cosentino, non per motivi di conto ma per una richiesta di arresto per colluzione con la camorra. Ma Cosentino era il candidato gradito da Flavio Carboni, andava salvato.

Si è dimesso anche l'avvocato generale della Cassazione Antonio Martone. Anzi, a quanto si è appreso i n ambienti del Csm, come si usa ha chiesto il pensionamento anticipato. Martone, la sera del 23 settembre 2009, partecipò al simpatico incontro conviviale in casa di Verdini, per discutere assieme a Carboni e soci, al capo degli ispettori di via Arenula Arcibaldo Miller e al presidente della Cassazione Giuseppe Carbone, quale fosse la strada per impedire che la Corte Costituzionale bocciasse il Lodo Alfano. Progetto fallito, come si sa, ma si sa anche quanto il povero Pasqualino (alias Lombardi) si sia adoperato per convincere Mirabelli e il gruppo di “incerti” la cui lista veniva dall'interno della Consulta. Non si è dimesso invece il governatore della Sardegna Ugo Cappellacci, e neppure Ignazio Farris, ma qualcuno già lo chiede. Per ora è il presidente dei Verdi Angelo Bonelli: “Il presidente della Regione dovrebbe dimettersi immediatamente. E non si riesce a comprendere per quale ragione il capo dell'Agenzia ambientale sarda sia ancora al suo posto. Quello che emerge dall'inchiesta è semplicemente vergognoso”.

L'onda fangosa sfiora i piani alti, e si prevede il peggio quando si conoscerà il contenuto delle intercettazioni secretate. Duemila pagine. Non sfugge che Denis Verdini, da Fivizzano, abbia avuto un ruolo centrale nel criminoso progetto legato agli impianti eolici. Criminoso per gli interessi occulti che nasconde, per la qualità di imprese infiltrate dalla criminalità organizzata, ma soprattutto per il ruolo offerto a Carboni come contropartita nell'intreccio di favori, dati e ricevuti. La capacità, che l'ex faccendiere piduista ha sempre avuto nel tessere importanti relazioni, questa volta conduce a palazzo Chigi. Può soprendere, ma sotto tiro è Gianni Letta, il grand commis di molti governi, le cui radici affondano nella prima Repubblica e in quei rapporti privilegiati con oltretevere che fanno di lui l'erede di Andreotti e quindi un sistema di potere solido e collaudato che va al di là del rapporto fiduciario con Berlusconi. Tale, dicevano, da poter sopravvivere al suo declino, Invece i fatti avvenuti negli ultimi mesi dimostrano che non è così. E non soltanto per i guai che possono derivargli dal rapporto privilegiato con Verdini. L'ombra della massoneria che emana dal coordinatore nazionale del Pdl rischia di estendersi a tutto il sistema malmostoso che abbiamo già incontrato nell'inchiesta sui Grandi Appalti della Protezione civile, dove ancora incontriamo Verdini. Questa volta non alle prese con gli impianti eolici ma con il disastro del post- terremoto e dei troppi aspiranti a spartirsi l'immensa torta degli affari. A partire dal suo amico-socio Riccardo Fusi, in combutta anche lui con i napoletani, con quel Piscicelli detto “lo sciacallo” per le risate nella notte in cui l'Aquila veniva seppellita dalle macerie. Un disastro che inghiotte l'astro più splendente della galassia Letta e cioè Guido Bertolaso, la cui immagine di Superman è affogata nei poco limpidi rapporti con il costruttore Anemone.
Voltiamo lo sguardo e troviamo la Finmeccanica dove dopo l'arresto di Marco Cola, outsider della terza industria italiana, molto critica appare la posizione del presidente Guarguaglini, altro uomo amato da Letta. Cosa sta accadendo? A chiederselo è anche il procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso e la sua risposta non è rassicurante. “Qualcuno oggi può dire: ma si tratta di lobby...Bisogna vedere se questa attività lobbystica mette o no in pericolo la democrazia e l'uguaglianza dei cittadini. E se c'è la volontà politica di perseguire questo fenomeno”.

Lo scambio di favori è presente in ogni relazione pubblica, lamenta Luigi de Magistris, eurodeputato dell'Idv: “L'inchiesta della Procura di Roma porta alla luce l'esistenza di una cricca massonico-piduista che conferma quanto sia radicato nel nostro Paese un do ut des criminale ed eversivo”. Interviene anche il consigliere del Csm Livio Pepino: “In diverse procedure di nomine di magistrati ci furono avvisaglie di opacità e pressioni, io fui tra quelli che lo segnalarono”. Preoccupa il silenzio del governo, Dice Leoluca Orlando, portavoce dell'Italia dei valori: “.
Nessun membro dell'esecutivo, compreso il ministro Alfano, ha sentito il dovere di spendere una sola parola. In altri tempi grazie all'impegno di Tina Anselmi, si riuscì ad approvare una legge contro la P2. Oggi, invece, la maggioranza è coinvolta in affari che confermano l' intreccio perverso tra politica,.mafia e massoneria”.
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Classe 1932, la pelle liscia come il guscio di un uovo, il passo agile e felpato, lo sguardo sornione del bon-vivant e sulla bocca un eterno, accattivante sorriso.. Anche giovedì mattina, quando per l'ennesima volta Flavio Carboni ha salito i tre gradini che portano a Regina Coeli, nessuno avrebbe detto che sono passati quasi trent'anni dal crack dell'Ambrosiano. Processo per il quale ha subito la prima, e in definitiva unica, condanna a otto anni e sei mesi di carcere. Il tempo è scivolato leggero su quest'uomo da sempre considerato il comune denominatore dei misteri d'Italia. Tragiche vicende che non lo hanno scalfito, dalle quali è anzi uscito più ricco e potente e perfino più giovane ora che è sparito dalla sua fronte quell'orrido toupet rossiccio. Al suo posto sono spuntati capelli nuovi, di un discreto colore castano, appena brizzolati. Un patto con il Diavolo? In realtà se il diavolo esistesse avrebbe l'aspetto docile e i modi insinuanti di Flavio Carboni. Uno che appena ti si mette accanto, ti prende sottobraccio. Come accadde a Ciriaco De Mita, durante un congresso della Dc all' Eur. La foto provocò scalpore, il faccendiere sardo all'inizio degli anni Ottanta aveva già una pessima fama, anche se ancora non era sospettato di aver ucciso Roberto Calvi, impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra il 18 giugno 1982. “Lo conoscevo appena”, raccontò De Mita. 

Ma un filo lega quella lontana foto a una vicenda che troviamo nell'ordinanza d' arresto che indica Carboni erede di Gelli. Dalle colorite telefonate tra Pasquale Lombardi e l'assessore regionale Ernesto Sica emerge un patto fortissimo nel tentativo di screditare Raffaele Caldoro, candidato alla Regione Campania. Un patto in difesa di Cosentino, bruciato per collusioni con la camorra. Nessuno era mai riuscito a spiegarsi perché Sica fosse stato imposto a Caldoro da Berlusconi stesso. Non era una velina e neppure un fedelissimo, anzi un ex Pd, area Margherita, nato giovanissimo come demitiano. La strana alleanza ha una sola spiegazione: Sica è amico di Carboni. Forse lo è diventato nel periodo della foto. Tutto torna utile.Carboni è così, ti si mette accanto e ti propone la soluzione giusta: aree edificabili, pale eoliche o festini con ragazze. All'epoca aveva un segretario, Emilio Pellicani, ormai morto da tempo. Il poveretto fu messo sotto torchio, prima dal pm Sica, poi da Tina Anselmi, presidente della commissione d'inchiesta sulla loggia P2. Pellicani ammise che il principale aveva un debole per le ragazze e per la cocaina. Era anche un pass partout per stringere amicizie importanti. E Flavio di amici importanti ne ha sempre avuti, in ogni ambiente. Dal milieau della mala romana al Vaticano, in politica come nella massoneria. Era amico di Domenico Balducci, il primo capo della Magliana (poi ucciso da Pippo Calò) ma anche di monsignor Pavel Hnilicaad, alto prelato dello Ior, cui vendette i documenti della borsa di Calvi. Reato di ricettazione dal quale fu assolto.

Forte era il legame con Armando Corona, maestro del Grande Oriente d'Italia, come lui nativo di Sardegna. E sardo è anche l'attuale presidente dell'Antimafia Beppe Pisanu, che per un certo periodo Carboni ha frequentato. Amicizie anche trasversali come quella con l'editore Caracciolo, con cui condivideva la passione per le belle donne. L'amicizia con Marcello Dell'Utri è il filo conduttore di molte inchieste, anche l'ultima, e risale ai tempi di Olbia 2 quando- e di questo Carboni si è sempre vantato- il Cavaliere approdò in Sardegna. Fu lui in seguito a vendergli Villa Certosa. Nei primi anni Ottanta il faccendiere era di casa negli uffici di via dell'Anima dove a curare gli affari era il fratello Paolo. Con Dell'Utri i rapporti si sono fatti sempre più stretti, non a caso il figlio Marco ha lavorato in Publitalia. Narra la legenda che quando il pm Woodkock lo fece arrestare- come il padre aveva la passione per i festini- Marco fosse fidanzato con Mara Carfagna.

Le mille vite di Flavio Carboni in un modo o nell'altro finiscono per intrecciarsi con il potere, anche con il suo lato più oscuro. La partita più pericolosa fu quella che giocò attorno a Roberto Calvi. Nell'ultima estate di vita fece di tutto per farsi invitare nella villa di Cabassi dove, dopo i mesi trascorsi nel carcere di Lodi, Calvi cercava di riposarsi in compagnia della moglie, di Francesco Pazienza e della sua fidanzata Marina de Laurentis. Alla fine si fece annunciare da una gigantesca forma di pecorino. Ma per conquistare la fiducia del banchiere fu necessario presentargli Armando Corona, Calvi era convinto in quel periodo di essere spacciato senza l'aiuto della massoneria. Poi il viaggio a Londra, il ritorno in compagnia soltanto della borsa, l'accusa di omicidio fino all'assoluzione due mesi fa in appello. Ha rischiato l'ergastolo, ma in quel momento aveva altro per la testa. A preoccuparlo era l'inchiesta sull'eolico che stava portando a galla la sua nuova vita. Non troppo diversa dalla vecchia. Nel lungo interrogatorio di ieri pomeriggio, come sempre, ha cercato di smussare, minimizzare. Ma Carboni per l'accusa resta crocevia di trattative segrete, mediatore di poteri occulti, referente di politici, imprenditori e criminali.
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Sta per uscire un libro-documentario realizzato dai giornalisti Giampiero Marrazzo e Gianluca Cerasola sull'abbattimento del DC9 il 27 giugno del 1980 nei cieli di ustica.

Trent'anni fa.

E per i pochi smemorati ricordo che furono uccisi 81 cittadini innocenti e che la giustizia italiana non è riuscita ancora a dare un nome ai responsabili di quell'atto di guerra.

I due autori hanno intervistato l'Emerito coniglio Francesco Cossiga il quale si dice sicuro di come andarono i fatti quella sera. Ecco quanto riportato dall'ANSA:


USTICA: COSSIGA IN UN FILM, DC9 ABBATTUTO DA AEREO FRANCIA ANTICIPAZIONE INTERVISTA SU TRAGESIA AEROMOBILE ITAVIA
(ANSA) - ROMA, 24 MAG - «L'aereo francese si era messo sotto il Dc9, per non essere intercettato dal radar dell'aereo libico che stava trasportando Gheddafi. Ad un certo punto lancia un missile per sbaglio, volendo colpire l'aereo del presidente libico». Lo ha dichiarato il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga nel film inchiesta dal titolo «Sopra e sotto il tavolo - Cosa accadde quella notte nel cielo di Ustica», realizzato dai giornalisti Giampiero Marrazzo e Gianluca Cerasola sulla tragedia del Dc9 dell'Itavia inabissato al largo di Ustica il 27 giugno del 1980 e pubblicato dall'editore Tullio Pironti. Le dichiarazioni di Cossiga sono state rese note oggi da uno degli autori del film, Giampiero Marrazzo. «Chiamai io l'ammiraglio Fulvio Martini, direttore del Sismi - continua il senatore a vita - che mi disse che non aveva prove, se non quelle dell'intelligence che raspa nei bistrot». Riferendosi poi agli autori del film, che uscir… il prossimo 10 giugno in un cofanetto con un libro con la prefazione del senatore a vita Giulio Andreotti, Cossiga li ha avvertiti dicendogli: «Io vi sconsiglio vivamente di andare in Francia. Se continuate questa inchiesta potrebbe succedervi qualcosa: un'intossicazione alimentare, lo scoppio di uno pneumatico o uno scontro con un camion». In ogni caso, secondo Cossiga, «ci può essere un governo di destra, di centro-destra, di sinistra o di estrema sinistra, ma i francesi non lo diranno mai; magari finchè‚ qualcuno che sa o che è l'autore, in punto di morte non avrà paura del giudizio dell'Altissimo, a cui non potrà opporre egalitè, fraternitè e libertè».

Bene. Lasciando da parte il solito refrain cui l'ex Presidente ci ha abituato (dichiarazioni monche, che nascondono una pseudo-paura ma che in realtà vogliono coprire i reali responsabili di molti comportamenti di quegli anni) stavolta siamo davvero al tragicomico.

Se non fosse per il resto del Mondo, l'Italia sarebbe stato (e sarebbe tutt'ora) il Paradiso terrestre. Porca miseria, sempre qualche imprudente che ci combina un disastro, mai che le Istituzioni  abbiano avuto uno straccio di responsabilità.

Eh no, caro Cossiga. Troppo semplice.
Io dico che stavolta lei bluffa alla grande e in molti ci cascheranno. Io dico che il Governo italiano era ben consapevole di quale messaggio portò con se Ustica, chi lo mandò e chi, non avendo avuto risposte esaurienti, replicò il concetto il 2 agosto...

E anche lei lo sa. Inutile intimidire i due ignari autori per non farli andare in Francia. Si godano pure una meritata vacanza, ma siano consapevoli che non è la caccia ai fantasmi che li avvicinerà alla verità.

Quando si fanno affari sporchi non ci si può lamentare se qualcuno risponde in maniera sporca. Ma gettare il bambino con l'acqua sporca non mi sembra un modo intelligente di chiudere la faccenda.
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Di M. Castronuovo  16/05/2010, in AnniDiPiombo (1575 letture)
Il 12 maggio del 1977, in una manifestazione indetta dai radicali per ricordare il III anniversario del referendum sul divorzio, trovò la morte la studentessa Giorgiana Masi. E’ solo una delle tante vittime dei moti di piazza degli anni ’70, ma la sua morte è caratterizzata da circostanze mai chiarite e sulle quali una sentenza si è espressa in maniera sbalorditiva.

Giorgiana Masi non è vittima di schieramenti contrapposti, come si potrebbe facilmente immaginare. Ad ucciderla sono stati colpi d’arma da fuoco (calibro 22) sparati con l’intenzione di uccidere mentre, di spalle, fuggiva dalle cariche della Polizia.

Quei colpi ferirono altre due persone: un poliziotto ed un'altra manifestante. Il corteo si tenne nonostante il divieto di manifestazioni pubbliche entrato in vigore dal precedente 21 aprile quando fu ucciso un agente di Polizia e ne furono feriti altri cinque.
L’inchiesta sui fatti del 12 maggio ’77 si concluse il 9 maggio del 1981 per impossibilità di procedere (non fu individuato nessuno dei responsabili).

Parlavamo della sentenza. Eccone un tratto che, a rileggerlo a distanza di 33 anni, aumenta lo sgomento e la rabbia. Sgomento per ciò che caratterizzava le dinamiche del potere (ancora attive?), rabbia perché a farne le spese fu un’innocente ed indifesa studentessa.

«È netta sensazione dello scrivente che mistificatori, provocatori e sciacalli (estranei sia alle forze dell’ordine sia alle consolidate tradizione del Partito Radicale, che della non-violenza ha sempre fatto il proprio nobile emblema), dopo aver provocato i tutori dell’ordine ferendo il sottufficiale Francesco Ruggero, attesero il momento in cui gli stessi decisero di sbaraccare le costituite barricate e disperdere i dimostranti, per affondare i vili e insensati colpi mortali, sparando indiscriminatamente contro i dimostranti e i tutori dell’ordine.»

Cosa c’entra l’Emerito? Era Ministro degli Interni, mica Iddio! Non era ovunque e non poteva sapere tutto!
Si può dissentire?

Oltre alle responsabilità penali, esistono anche quelle politiche. Nel senso che ci sono persone che hanno il dovere di sapere, hanno il dovere di prevenire. Non glielo ha imposto il medico, lo hanno scelto da soli nel momento esatto in cui hanno accettato certe cariche.
Quindi un Ministro dell’Interno che non è in grado di assicurare che personaggi estranei (?) alle forze dell’Ordine operino in maniera sovversiva, dovrebbe essere calciato a pedate nel deretano ed il suo volto affisso in quel “Wall of incapable” affinchè nessuno possa dimenticarne l’assoluta incapacità nel rappresentare le istituzioni.
E non essere premiato sino alle più alte cariche dello Stato.

Ma il motivo più grave che ci porta a dover parlare ancora dell’Emerito, non è questo.

A saper leggere bene le parole del giudice Claudio D’Angelo, sembra proprio che quel 12 maggio del ’77 non sia stato altro che l’ennesimo episodio della strategia della tensione che ha tenuto in bilico il nostro Paese (senza sovranità) e che il sangue bipartizan sia stato versato solo nell’ottica del ricatto tra blocchi contrapposti che si contendevano il predominio sul nostro territorio, in una guerra tutt’altro che fredda combattuta sullo scenario mondiale.
Cossiga ha più volte accennato ai fatti di quel giorno con le solite allusioni, mezze affermazioni degne del più codardo dei pentiti: quello che racconta ciò che gli torna comodo per l’esclusivo tornaconto personale e dei benefici di legge.


La studentessa Giorgiana Masi

Nel 2003 fu un po’ criptico:
«Non li ho mai detti alle autorità giudiziarie e non li dirò mai i dubbi che un magistrato e funzionari di polizia mi insinuarono sulla morte di Giorgiana Masi: se avessi preso per buono ciò che mi avevano detto sarebbe stata una cosa tragica»

Ma nel gennaio del 2007, in un'intervista al Corriere della Sera fu molto chiaro dichiarando di essere una delle cinque persone che sono a conoscenza del nome dell'assassino di Giorgiana Masi.
E tutti ricordiamo ancora bene il 24 ottobre del 2008 quando fu prodigo di consigli per il Ministro degli Interni Maroni su come affrontare le manifestazioni di piazza che il movimento l’Onda promosse per protestare contro la riforma Gelmini.

Allora Emerito?
Lo so che è difficile per un coniglio diventare leone, ma noi non pretendiamo questo. Vorremmo solo che il prossimo carnevale metta il suo bel vestitino da Re della Foresta e trovi il coraggio per parlare. Cosa è successo quel 12 maggio 1977? Quali forze del “doppio stato” hanno utilizzato quella manifestazione perché tornasse comodo ad alti settori delle Istituzioni? E già che c’è, ci racconti anche di Aldo Moro, di Ustica e di Bologna. Ci accontenteremmo di questo, per cominciare.

Poi potrà decidere lei stesso se mantenere il travestimento o tornare alle più comode vesti di coniglio

Più volte è intervenuto in difesa dei brigatisti che furono protagonisti della vicenda Moro contro chi li ha accusati di essere solo il braccio armato di menti di ben altro livello. Un riconoscimento politico che ha un significato preciso: erano un fenomeno autentico, non erano pilotati, ma sono stati “fregati” da qualcosa di più grande di loro. Una esplicita ammissione del fatto che l’Emerito ben conosce chi li ha fregati e come lo ha fatto. Non fosse altro perché è stato proprio lui il primo ad essere “giocato”.
Non si può pretendere di sapere dalle BR che contrastavano lo Stato chi, da dentro le istituzioni (o dall’esterno ma con un cordone ombelicale ancora non reciso), ha “giocato sporco” determinando l’uccisione di Aldo Moro.
Ma se è stato beffato anche Cossiga, vuol dire che è stato beffato lo Stato. E se si può capire il perché 30 anni fa queste cose l’Emerito non potesse dirle (era un coniglio, meglio ancora un cane abituato ad abbaiare a comando in cambio del biscottino al tartufo…) è vergognoso che alle soglie del crepuscolo della sua inutile esistenza tenga ancora la bocca tappata.
Forse, oggi, è questo l’ordine che fedelmente continua ad eseguire.
La sua missione non è terminata.

Si goda i “biscottini”, Emerito. Potrebbero essere gli ultimi.
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C'è un passato che non passa nel mondo degli affari, della politica e dei segreti d'Italia. Prendiamo ad esempio Flavio Carboni, il brasseur d'affaires assurto alle cronache con il crack dell'Ambrosiano, che finì accusato dell'omicidio di Roberto Calvi per averlo accompagnato nel suo ultimo viaggio a Londra.

La prima corte d'assise d'appello del tribunale di Roma lo ha di nuovo assolto e questo non può che giovare alle sue attuali, frenetiche attività. Perché Carboni non è un fantasma del passato anzi, ad onta dei suoi 73 anni, appare un personaggio ancora sulla cresta dell'onda, iperattivo in ambienti che ieri come oggi presentano numerose impurità.

Il nuovo business che lo vede interessato è l'energia pulita, quegli impianti per installare l'eolico in Sardegna di cui ancora si discute e già sono spuntati affaristi e tangenti. Della nuova inchiesta della direzione antimafia della procura di Roma si sa poco, ma gli inquirenti sembrano molto interessati a una serie di incontri svoltisi di recente a Roma, tra il coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini, il governatore della Sardegna Ugo Cappellacci e lo stesso Carboni. Tanto che tutti e tre sono ora indagati per corruzione. A quanto emerge dalle intercettazioni, il faccendiere sardo si sarebbe proposto come capofila di un gruppo di imprenditori interessati alle energie rinnovabili in Sardegna, dove le coste e i crinali battuti dal maestrale, da Cagliari e Sassari, rendono particolarmente appetibile il progetto.

L'obiettivo di Carboni era ottenere la firma di un accordo di programma con gli imprenditori da lui rappresentati, in particolare il suo amico Ignazio Farris (anche lui indagato) solo di recente nominato direttore generale dell’Arpas, l’Azienda regionale per la protezione dell’ambiente in Sardegna, di competenza della Giunta regionale. Un incarico ottenuto più o meno in questo modo. <Se Farris non sarà nominato, non se ne fa nulla>, sarebbe stata la poco velata minaccia di Carboni a Verdini e ad altri interlocutori. Fatto è che, dopo un incontro con Cappellacci a casa di Verdini, la nomina di Farris al vertice dell’Arpas si è sbloccata. E subito dopo sarebbe partita una raccolta di fondi per alcuni milioni di euro, cui ha partecipato la cordata di imprese interessate all'eolico. Fondi non a caso transitati all'interno del Credito cooperativo fiorentino, la banca di cui è presidente il coordinatore del Pdl, già nel mirino dell'inchiesta Grandi eventi di cui si occupa la procura di Perugia, che lo vede indagato per lo stesso reato di corruzione.

Il nome di Cappellacci è stato iscritto per ultimo sul registro degli indagati, ma prima ancora di averne conferma il presidente della Regione Sarda si era difeso con foga: <Credevo di ricevere un premio per la posizione assunta sull'eolico, la nostra linea è stata chiarissima, no alle pale off shore, gestione diretta della Regione per gli impianti a terra. Ci hanno persino accusato di essere talebani>. Eppure, al centro degli accertamenti, oltre a Ignazio Farris- nominato proprio da lui- c'è anche l'ex assessore ai Servizi sociali della provincia di Cagliari, Pinello Cossu (Udc). L'indagine porta al progetto per un parco eolico nella zona industriale di Cagliari e coinvolge l'ex assessore socialista Arcangelo Martino. Uno strano personaggio politico che vanta decine di conoscenze sia nella magistratura che in ambienti imprenditoriali. Fu lui -almeno disse- a presentare Silvio Berlusconi a Benedetto Letizia, il papà di Noemi all'epoca minorenne.

In attesa di essere interrogato dal pm Capaldo Verdini si difende attaccando. Dietro il suo coinvolgimento nell’inchiesta- arrivato in contemporanea con l’uscita di scena di Scajola- l'alto esponente del Pdl intravede un disegno teso a mettere in difficoltà il governo. <Io sono fiorentino e mi piace citare Galileo. Se un fatto si ripete vuol dire che è scientifico>. L'accusa lo considera socio in affari del costruttore fiorentino Riccardo Fusi da almeno 15 anni, nell'ambito della grande impresa di costruzioni Fusi-Bartolomei, nota come Btp egemone in Toscana. E la Procura di Firenze sospetta che Verdini abbia manovrato uomini e poltrone per favorire proprio l'amico Fusi, oggi accusato di corruzione e associazione per delinquere aggravata dalla finalità mafiosa.
Il 14 ottobre 2008 mentre le Borse crollavano, il Credito cooperativo erogava 10 milioni di euro, alle finanziarie della Btp che, pochi mesi dopo, fu costretto a negoziare una moratoria sui debiti. Un'operazione ora sotto la lente di Bankitalia. Anche la DDA di Roma insegue un giro di assegni e conti correnti bancari destinati a pilotare il business dell'eolico e altri affari dove potrebbero operare soci occulti. Secondo gli inquirenti il transito sui conti della banca di Verdini doveva servire a mescolare le tracce del denaro e distribuire i soldi per «oliare» i meccanismi dei successivi. Gli accertamenti proseguono con l’analisi dei documenti acquisiti nella banca fiorentina e negli uffici della Regione Sardegna.

Ma gli appalti per l’energia eolica sono soltanto uno dei capitoli dell’indagine, che riguarda anche altre attività di un presunto «gruppo di intervento» che mirava a condizionare varie vicende, attraverso contatti ad alto livello nel mondo politico, giudiziario ed imprenditoriale. Non escluse alcune nomine di magistrati. Insomma una strana lobby politico affaristica- su cui grava il sospetto di far parte di un circuito massonico coperto- di cui Verdini sarebbe il promotore e i cui terminali finiscono all'interno della sua piccola, dinamica banca. Il Credito Cooperativo fiorentino. Tra gli intercettati durante le conversazioni con Flavio Carboni c’è anche un altro importante esponente del Pdl, il senatore Marcello Dell’Utri, già condannato a nove anni di carcere per concorso in associazione mafiosa ed in attesa del giudizio d’appello.

Le ombre del passato sembrano inseguire il faccendiere sardo (che preferisce essere definito imprenditore). A partire dal gran chiasso attorno a Villa Certosa, che proprio lui vendette a Berlusconi. Non gli piace neppure che si sia tornato a scavare attorno agli appalti che a cavallo degli anni Ottanta portarono a costruire ville e residence sulla Costa Smeralda. Un altro gradino del futuro impero economico del premier. Dietro cui si nasconde quella rete di società fantasma che Carboni aveva creato e che consentivano a mafiosi e boss della banda della Magliana di riciclare denaro sporco.
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Di M. Cazora  11/05/2010, in Parole senza deferenza (1247 letture)
Cari amici riporto >questo dispaccio ANSA< per fare alcune precisazioni.
Chi ha avuto la possibilità di approfondire negli anni la vicenda Moro, attraverso la lettura di diversi libri, ultimo “Vuoto a perdere” di Manlio Castronuovo o attraverso studi diversi saprà che i tentativi rivolti alla liberazione di Aldo Moro da parte di mio padre sono agli atti sin dai primi giorni del rapimento del Presidente della DC, questo perchè Benito Cazora ragguagliava costantemente il Capo della Polizia ed il Ministero degli Interni.

In seguito fu ascoltato da diversi magistrati che però non ritennero necessaria la sua testimonianza in nessuno dei processi Moro ed inoltre non fu ascoltato in nessuna Commissione Parlamentare, ma altri lo citarono a seguito delle domande a loro rivolte da dette Commissioni.
Tra questi c'è l' “emerito” Cossiga, che quasi con disprezzo ne storpiò il cognome quasi non sapesse di chi si trattava, aggiungendo che non lo aveva preso in debita considerazione poiché non lo riteneva all'altezza di tale compito.Il tempo (ogni tanto è galantuomo) gli ha dato torto, oggi chiunque ritiene Cazora come colui che forse più di ogni altri fece nel tentativo di portare alla liberazione di Aldo Moro.

Ora ricordiamo tutti che sotto il coordinamento di Cossiga sono passate sotto i suoi occhi P2, massoneria, servizi deviati e quant'altro, in quei 55 giorni egli si rese protagonista degli errori più grossolani, chiunque avrebbe fatto meglio e di più, ma egli si riteneva infallibile così ieri come oggi.

Desidero porre una domanda all'“emerito” Cossiga alla luce di quanto avvenne in quei giorni, visti i suoi reiterati interventi e le continue esternazioni non ritiene ora opportuno tacere per sollevarci dalle sue lezioncine da perfetto statista divenute non solo stucchevoli ma piuttosto inappropriate e scandalose?
Come considera il suo comportamento riguardo l'amico Aldo Moro, tale da essere attribuito a persona totalmente incapace, o in malafede? Io propenderei per entrambe.

In seguito visti i suoi grandi meriti ha ricoperto prima il ruolo di Presidente del Consiglio ed in seguito dulcis in fondo Presidente della Repubblica, in questo Paese giustamente si premiano i migliori ed i più capaci, ma mi creda faccio enorme fatica nel riconoscere in lei tali peculiarità.
La invito a convincere me e chi la pensa come me (sono tanti mi creda) del contrario.

Rimango in attesa di una sua coraggiosa risposta, visto che di coraggio ne ha poco, tempo fa disse di non voler raccontare oltre poiché nonostante la sua età non voleva essere ucciso, pensi a quanti non sono stati Presidenti della Repubblica e non godono della sua scorta e ciò nonostante rischiano la vita per lo Stato, forse un minimo di vergogna dovrebbe provarla ma non credo che questo sentimento le appartenga. Tanti auguri per quando incontrerà Dio ne ha davvero bisogno.
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Di M. Cazora  11/05/2010, in Documenti (2299 letture)
MORO:ULTIMA NOTTE DOVEVA ESSERE LIBERATO, TANTE CONFERME
ANSA A 32 ANNI DA V.CAETANI, ‘QUALCOSA ACCADDE,FINÌ CON RENAULT ROSSA’
(di Paolo Cucchiarelli, ANSA)

Gli americani hanno un'espressione che calza: ‘La verità è come l'olio della corazzata Missouri’. Un modo di dire che paragona la verità alle bolle di olio che ancora affiorano ogni tanto nella baia di Pearl Harbour dall'ammiraglia Usa affondata dall'attacco aereo giapponese. Qualche frammento di verità sul caso Moro affiora ancora oggi, a 32 anni dall'uccisione dello statista Dc. Tanti frammenti importanti che confermano che Moro doveva essere rilasciato vivo il 9 maggio del 1978 e che qualcosa di imprevisto, non concordato, accadde quell'ultima notte. Elemento questo confermato negli anni dall'ammiraglio Fulvio Martini, numero due del Sismi all'epoca, dal terrorista Carlos detto ‘lo sciacallo’ e dall'esponente dell'Olp Assam Abu Sharif: il 9 maggio, oltre al pagamento di un riscatto, a Milano era in atto una complessa azione per la liberazione di Moro grazie allo scambio tra esponenti della Raf prigionieri di Tito e detenuti Br in mano all'Italia. Martini andò in Jugoslavia per prendere in carico i tre e portarli a Beirut, dove un aereo dei servizi segreti italiani aspettava in un angolo appartato dello scalo. La destinazione prevista era lo Yemen, base di Carlos. Una fazione del Sismi, ha raccontato due anni fa Carlos all'ANSA, cercò di salvarlo: alcuni brigatisti dovevano essere prelevati dalle carceri e portati in un Paese arabo, probabilmente per scambiarli con i tre della Raf in mano a Tito. Oggi arrivano nuove conferme dopo che l'esponente dell'Olp Assam Abu Sharif ha detto che la trattativa venne improvvisamente interrotta dagli italiani, come sostiene anche Carlos: «Avrei potuto salvare Moro. Nessuna imprudenza. Ho chiamato un numero, ho lasciato un messaggio dopo l'altro. Nessuna risposta. Davvero strano: una linea speciale e nessuno risponde...» ha detto al Corriere della sera nel 2008. Intervistate da Alessandro Forlani per la rubrica Rai ‘Pagine in frequenza’ per uno speciale di Gr Parlamento alcuni protagonisti lanciano la loro personale ‘bolla d'olio’ su quella ultima notte. Franco Mazzola, all'epoca sottosegretario alla Difesa: «Il governo non poteva trattare, ma poi trattavano tutti: la Dc, il Papa, la Caritas. Insomma, trattavano. È chiaro che se Tito si prestava ad un'operazione come questa, lo faceva con l'accordo del governo italiano. Certo, ne erano a conoscenza pochissime persone: diciamo Cossiga e Andreotti; l'ammiraglio Martini il 9 maggio andava a chiudere l'operazione, ma quelli non hanno aspettato». Umberto Giovine, allora direttore di Critica Sociale: «L'ammiraglio Martini mi parlò un giorno di questa operazione svolta in Jugoslavia; non mi meraviglia più di tanto che non vi faccia neppure cenno nel suo libro di memorie, nè che minimizzi in commissione Stragi: probabilmente si sentiva sempre vincolato dal segreto». Per il rapimento di Aldo Moro «tutto si giocò nelle ultime 48 ore», anzi «nell'ultima notte», quella tra l'8 e il 9 maggio del 1978 dice Claudio Signorile, all'epoca vice segretario del Psi. Agnese Moro: «Ad un certo punto si parlò anche di un possibile espatrio di mio padre, in cambio della liberazione; non ricordo chi ne parlò, se politici, magistrati o qualcuno dei servizi, comunque era un'ipotesi fatta anche da papà nelle lettere». Nuccio Fava, direttore del Tg1: il segretario di Paolo VI, Macchi, mi disse che il Papa era molto dispiaciuto che Moro avesse scritto che lui aveva fatto ‘pochino’; e aggiunse che Paolo VI era pronto ad ospitare Moro in Vaticano, mettendo in piedi una commissione indipendente, che tenesse in custodia il prigioniero e definisse una trattativa tra governo italiano e Br; della commissione avrebbero fatto parte la Croce Rossa internazionale, la Mezza Luna Rossa algerina e altri soggetti neutrali. Macchi disse anche che il dolore per quanto era successo aveva accelerato la dipartita di Paolo VI«. Padre Carlo Cremona, segretario di Macchi: »Padre Macchi, se faceva qualcosa andava fino in fondo; quella mattina era contento, come se avesse raggiunto il suo scopo, come se una promessa fosse stata mantenuta; mi disse di stare attento al telefono, perchè avrebbe dovuto chiamare una persona, che avrebbe fatto da mediatore con le Br. Questa persona avrebbe dovuto dire che la trattativa era andata in porto, e che Moro, come d'accordo, avrebbe incontrato una persona amica, forse Mennini, che lo confortasse, lo facesse salire su un'auto e lo portasse in Vaticano, libero. Io rimasi al mio posto, ma arrivò solo la notizia che il cadavere di Moro era stato trovato«. Corrado Guerzoni, segretario di Moro: »Che le Br abbiano fatto tutto da sole corrisponde ad una lettura sempliciotta del sequestro Moro; secondo me, hanno gestito un appalto«. Sereno Freato, tra i più stretti collaboratori dell'allora presidente della Dc: »Liberare Moro avrebbe costituito un grande vantaggio per le Br: a mio avviso è arrivato un ordine dall'alto. Forse Moro è stato, come scrive, liberato dalle Br e consegnato a X o Y, qualche settore deviato delle istituzioni o dei servizi internazionali: le Br hanno fatto da pali. Forse Moro ha riconosciuto qualcuno; è giusto dire che quella notte del 9 maggio tante cose sono accadute, che non sappiamo«.
Una ulteriore conferma viene da Marco Cazora, figlio di Benito, deputato Dc che aveva cercato di aprire una canale di trattativa con ambienti della malavita romana che sostenevano di aver scoperto la prigione di Moro. Di fronte alle sue insistenze per un intervento delle forze dell'ordine, Cazora si sentì rispondere da qualcuno »molto importante«: »Smettila di darti tanto da fare, tanto quello martedì è libero«. Era sabato. Il figlio di Cazora ricorda anche quanto riferito da Cossiga in commissione Stragi nel '97 cioè che Andreotti gli disse, la sera dell'8 maggio, di sperare in una soluzione positiva. L'indomani la Renault rossa era in via Caetani.
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