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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di M. Castronuovo  02/05/2010, in Video (3184 letture)
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Gianadelio Maletti riprese da due testate giornalistiche in questi giorni, anche se a dire il vero lo stesso Maletti le stesse cose le disse a La Repubblica nello scorso anno e inoltre durante il processo riguardante Piazza Fontana ed ai PM per la strage di Piazza della Loggia a Brescia.
Entrambe le dichiarazioni sono state rese da Maletti grazie ad un salvacondotto che gli ha permesso di tornare in Italia da latitante, già perchè egli che deve scontare oltre 15 anni di carcere e dall' '80 è ormai residente e cittadino in Sud Africa.

La storia di Maletti è lunga e complessa egli è un uomo ormai di oltre 80 anni, di conseguenza sarebbe utile ma tedioso entrare in mille rigoli di particolari, cercherò quindi di riassumere i punti per me salienti, che daranno a chi legge l'idea di ciò che da sempre accade nel nostro Belpaese.

Secondo Gianadelio Maletti numero 2 del SID e considerato molto vicino a Giulio Andreotti (quando il numero1 era un certo Vito Miceli) entrambi iscritti alla P2 di Licio Gelli anche se il primo lo nega, l'Italia è sempre stata sotto l'egida degli USA attraverso la CIA non solo dal punto di vista economico come possiamo tutti ben immaginare, ma soprattutto per quanto riguardano l'aspetto politico e militare.

Il generale Gianadelio Maletti

Ciò che racconta il Gen. Maletti, è semplicemente raccapricciante, sconvolgente e lascia chi lo legge completamente senza parole in special modo per la tranquillità dei modi usati come se si esprimesse riguardo argomenti normali o di tutti i giorni.
Quello che riporto è in termini semplici l'essenza di ciò che Maletti racconta e che è frutto di pratiche internazionali messe in atto come se ciò appartenesse ad un modus vivendi quotidiano.
Secondo quanto riportato dal Gen. Maletti, l'italia è sempre stata la vittima-complice perfetta per realizzare i loro (USA) desiderata dal punto di vista politico nella prospettiva di spostare a destra l'asse politico ed ideologico del nostro paese. Come realizzare e mettere in atto tutto questo? Attraverso una strategia della tensione e del terrore che inducesse gli italiani a cercare un riparo sicuro,che non fosse di certo il PCI, ma bensì forze politiche centriste od anche nazionaliste in grado di garantire quella stabilità e certezza del rigore cui aspiravano condizionati dalla messa in atto di stragi che terrorizzavano il paese in momenti diversi della nostra storia repubblicana.
Cosa sconvolge ed emerge dalle confidenze di Maletti che gli artefici di tali strategie sono sempre stati non forze estremiste di destra o di sinistra non servizi segreti filo israeliani o filo arabi, non
l'Unione Sovietica o Paesi a loro vicini, ma bensì i nostri più stretti e cari alleati:gli Americani.
Essi decidevano quando fosse necessario intervenire ed in che modo a seconda del clima politico che l'Italia attraversava, ma lasciando con immensa generosità a noi italiani decidere il luogo, le modalità e gli esecutori materiali, secondo Maletti ci si serviva soprattutto della destra eversiva ovviamente sotto la supervisione dei nostri servizi. Tale notizia affermata da chi ha vissuto nel più intimo e macabro lo scorrere di quelle vicende (lo stesso era addetto militare in Grecia quando la Grecia diventò dei Colonelli) dovrebbe far sobbalzare dalla sedia chiunque l'ascolti, dovrebbe sconvolgere le menti anche dei più moderati, dovrebbe portare a dire visto l'enormità della cosa “ma è uno scherzo?” Ed invece il nulla nessun TG ne parla, nessuno ne da seguito e soprattutto nessun uomo politico smentisce di esserne a conoscenza, lo stesso Maletti afferma che i nostri Presidenti della Repubblica i nostri Presidenti del Consiglio e chissà quanti altri ne erano perfettamente al corrente. Cosa avrebbero potuto fare in tutti questi decenni? Ribellarsi? Quando mai se l'”emerito” Kossiga tempo fa affermò di non voler parlare per paura di essere ucciso. Come li vogliamo considerare vili, complici o vermi? In nome di quale ragion di stato si permette che vengano uccise nel nostro Paese centinaia di persone? Pensate che chi era a Piazza Fontana o della Loggia, sull'Italicus o alla stazione di Bologna sull'aereo che li avrebbe dovuto portare a Palermo e si fermò ad Ustica avessero questa gran voglia di morire? La parola schifo è stampata sulla bandiera del nostro Paese ed ora voi che sapete cosa direte ai familiari delle vittime dopo decenni? Sapevamo ma i vostri cari non contavano nulla, oppure ripensate a quante stronzate illusorie avete portato avanti creando un briciolo di speranza in chi cerca ancora oggi di sapere, una crudeltà senza limiti.

Chi mai potrà perdonarvi per aver assistito in silenzio ed esservi asserviti con i vostri mezzi all'Amico Americano? Con quale faccia avete se lo avete fatto mai guardato lo sguardo di un parente di una vittima? Con quale candore guardate alla vostra coscienza? E non ci è concesso di dire nulla perchè altrimenti siamo considerati antiamericani, vilipendio! Cari signori è giunta l'ora, la vostra, se voi proprio voi che vi battete il petto non chiederete perdono e vi affrancherete una volta per tutte dal vostro servilismo beh allora preparatevi e temiate il giudizio divino sempre che prima non ci sia quello del popolo.

E che Dio non vi perdoni!
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Un pensiero mi circola per la testa da quando la vicenda Scajola (ed il relativo appartamento “vista” Colosseo) ha preso consistenza fino a portare alle dimissioni del Ministro per lo Sviluppo Economico.
Non entrando nel merito della questione e cioè sulla colpevolezza o meno del Ministro nell’aver acquistato casa usufruendo di un “aiutino” probabilmente legato ad attività illecite, voglio affrontare la notizia dal punto di vista del marketing.

C’è il problema che un uomo di punta del Governo possa arrecare un danno d’immagine alla sua parte politica proprio nel momento in cui nel Paese si leva un grido verso la questione morale. Un calo d’immagine può portare ad un calo di consensi e poiché questa politica si richiama sempre più spesso, come giustificazione di se stessa, all’elettorato non si può correre il rischio di vedersi sottrarre punti di audience che rappresentano una giustificazione, quasi una benedizione, dei comportamenti dei singoli e dei partiti.
Per cui si decide di mettere un attimo nel congelatore la questione per toglierla alla vista della tavola imbandita dei governanti. Ed il marketing consiglia che quando un prodotto non ha incontrato i favori del suo pubblico di riferimento è meglio non parlarne ai clienti e se questi proprio chiedono notizie sul perché un articolo sia sparito dal listino, si può sempre dire che l’azienda ha un nuovo prodotto ancora più avanzato nato proprio dal successo del precedente e che a breve lo sostituirà…

Il 4 maggio, Il Giornale scrisse: “Scajola chiarisca o si dimetta”, quasi a sottintendere “Non possiamo tollerare che nel Governo possano esserci personaggi sulla cui onestà non si possa mettere la mano sul fuoco”. Scajola si dimette con la solidarietà del premier e con la motivazione che così potrà sottrarsi alla gogna mediatica e difendersi con più tranquillità.

Bene, dico io. Anzi male, malissimo. E non perché l’ex Ministro sia colpevole o innocente che nella mia valutazione conta davvero poco. Ma perché questo gesto dà l’impressione di un cambio di rotta che non esiste e che non esisterà mai. Chi viene “beccato” mediaticamente, paga. Gli altri ricevono una bella benedizione e magari possono anche esporsi a commenti dall’alto della loro integrità.

I giornali lo hanno ricordato in questi giorni, ma è opportuno sottolinearlo ancora una volta. Nel 2000 il Ministro dell’Interno Enzo Bianco indicò Marco Biagi tra gli obiettivi potenzialmente a rischio e gli assegnò un servizio di protezione.
Nel 2001, Claudio Scajola era Ministro dell’Interno da non molto e dispose una riduzione del 30% dei servizi di scorta. Queste riduzioni interessarono anche il Prof. Biagi che con diverse email, pubblicate dopo il suo assassinio da Repubblica, chiedeva il ripristino della protezione in quanto continuava a ricevere minacce.

Il 29 giugno 2002, il Corriere della Sera, pubblicò un’intervista al Ministro Scajola (in visita a Cipro per un accordo sulla rispedizione al mittente di immigrati clandestini) nella quale, testualmente, così descriveva il Prof. Biagi e le sue richieste: «Non fatemi parlare. Figura centrale Biagi? Fatevi dire da Maroni se era una figura centrale: era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza»
Naturalmente tali dichiarazioni inasprirono le polemiche (corsi e ricorsi storici?) e pochi giorni dopo Scajola fu costretto alle dimissioni. Quindi, un gesto morale, si direbbe.

E invece l’Asta Tosta delle poltrone, nell’agosto del 2003 assegna a Scajola la carica di Ministro per l’Attuazione del Programma. Facendo tesoro del sempreverde Marketing, facciamo sparire per un po’ il prodotto dallo scaffale, poi gli rifacciamo l’etichetta lo spostiamo di target e lo riproponiamo tale e quale. Tanto chi se ne accorge e, soprattutto, chi se ne frega?

Morale di che cosa, allora?

Vi sembra normale che un Ministro dell’Interno che definisce un “rompicoglioni” un servitore dello Stato che paga con la vita il proprio servizio alle riforme che tutti invocano, ma solo quando non si possono fare, non passi il resto della sua vita a coltivare fiori o a collezionare calciatori del Subbuteo?

Ah, scusate, dimenticavo.
We are in Italy, sorry.
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Di M. Cazora  06/05/2010, in Parole senza deferenza (1585 letture)
Per chi ha avuto la pazienza di leggere il mio precedente pezzo “L'insostenibile leggerezza dell'ipocrisia” quello che tenterò di fare oggi vuole essere un ricapitolare di quanto è avvenuto da allora sino ad oggi nella speranza di chiarire quanto più possibile la verosimilitudine di quanto scritto allora con quanto è in atto oggi.

Circa un anno fa ipotizzavo la possibilità di un golpe democratico voluto da oltreoceano, tale progetto era condizionato secondo il mio pensiero dal comportamento di Berlusconi e dalla mancanza allora di un'alternativa di governo.
Cercherò ora di mettere insieme una serie di accadimenti che possono in qualche modo far pensare che la realizzabilità di quel progetto si faccia ogni giorno più concreta.

A luglio dello scorso anno ci trovavamo nella situazione in cui vi era una maggioranza di governo fortissima nei numeri e solidissima nella realizzazione dei propri disegni grazie anche all'unità interna che regnava sovrana, dall'altra parte una opposizione sempre più disgregata ed alla ricerca di una identità che desse alla gente un'immagine di maggiore coesione che portasse alla definizione di un programma che sapesse guardare con concretezza al futuro proprio e del Paese.

Da allora qualcosa è cambiato e sta cambiando: i sempre maggiori “accanimenti giudiziari” nei confronti del Presidente del Consiglio; che vanta di essere l'uomo più perseguitato del mondo hanno portato sempre maggiore confusione all'interno del PdL, tanto da portare Gianfranco Fini in qualità di Presidente della Camera a continui richiami nei confronti del Governo che troppo spesso faceva uso di d.d.l., oltre a innumerevoli voti di fiducia che a suo dire sminuivano il ruolo e le prerogative del Parlamento. I continui richiami da parte di Berlusconi nell'enfatizzare la lealtà ed i rapporti con la Lega hanno nel tempo logorato quella che era nata come un alleanza indissolubile tra FI ed AN che avevano dato di “comune accordo” nascita al Partito della Libertà.

I mesi trascorrono in un clima di continua campagna elettorale che Berlusconi vive con acredine non solo nei confronti dell'opposizione ma anche all'interno del suo partito (non dimentichiamo la vicenda della lista presentata a Roma) frutto sicuramente di una spaccatura che fa da preludio a quanto avverrà in seguito.

Dopo la “vittoria” alle regionali si ipotizza per il Governo un periodo di lunga tranquillità per poter effettuare le riforme desiderate dato che non ci sono in vista più campagne elettorali, ma ecco che all'improvviso qualcosa va storto ed inaspettatamente Fini decide di dar voce ad un dissenso concreto all'interno del partito e non più solo istituzionale. La rottura prende la via definitiva durante la direzione nazionale del PdL anche se quella altro non è che la conseguenza di una spaccatura avvenuta nei giorni precedenti tra gli appartenenti al gruppo ex AN. Fini indice una riunione dei suoi a Roma mentre a Milano il Ministro La Russa con altri appartenenti al gruppo si manifesta rendendosi firmatario di un'alternativa che prende totalmente le distanze da Fini appoggiando in pieno Berlusconi. Proprio ieri lo stesso La Russa ha a sua volta creato una sorta di nuova corrente fondando la “Nostra destra”.

Fini a questo punto si trova in minoranza ma dichiara che appoggerà comunque con grande lealtà la coalizione di Governo. Da quel momento in poi diverse cose accadono, Italo Bocchino si dimette da vice capogruppo alla Camera e lo fa sostenendo che è stato minacciato di ritorsioni da parte di Berlusconi al contempo non fa altro che ripetere quasi come portavoce di Fini che se pur in minoranza all'interno del partito manifesteranno le proprie proposte ma si adegueranno al volere della maggioranza, ma cosa accadrà quando Berlusconi riproporrà leggi ad personam e loro non saranno d'accordo e non si adegueranno? Temo che la questione sia più complessa di quanto appaia anche perchè sono dell'avviso che da troppo tempo Fini abbia ormai una irreversibile intolleranza alimentare verso sua santità Berlusconi e che le bolle dovute all'allergia non possano più essere celate da un velo di fondotinta politico.

Ieri per continuare giungono le dimissioni del Ministro Scajola travolto dall'onda ormai rimasto senza respiro, passa inosservata la notizia di Ciarrapico indagato per truffa ai danni dello Stato.
Oggi abbiamo altre novità il coordinatore del PdL Denis Verdini si scopre essere indagato per corruzione e per non farsi mancare nulla il grande moralista Storace viene condannato ad 1 anno e 6 mesi per il Laziogate.

Detto ciò voi penserete che sia finita qui, ebbene se vi dicessi che questo è solo l'inizio di un lungo percorso che porterà a ben altre conseguenze? Circa un anno fa scrissi che Berlusconi secondo i piani previsti da altri sarebbe andato via con le buone o le cattive, io credo che gli avvenimenti sopra descritti altro non siano che la messa in atto di un programma volto a spodestare una volta per tutte un uomo che poco piace al mondo internazionale ma soprattutto agli amici di oltreoceano. Quello che sempre un anno fa asserivo circa l'esecuzione di un golpe democratico, prevedeva la necessità di un ricambio politico che certamente ai più non appariva possibile, bene proviamo con un atto di grande fantasia oggi ad ipotizzarlo.
Cerchiamo di immaginare una forza di “grande centro” composta da Casini-Rutelli e le ali più moderate del PD più i Finiani, cosa accadrebbe? che gli italiani secondo le loro caratteristiche si ritroverebbero un nuovo agglomerato moderato che loro tanto amano in contrasto con forze che a questo punto si troverebbero agli estremi come la Lega per esempio e parte del PdL.
Se fino ad ora Berlusconi ha potuto fare la spesa tra gli ex di AN cosa accadrebbe in quel caso?

Io prevedo un drammatico sisma all'interno del PdL con prospettive non proprio allettanti e rassicuranti nei confronti di chi difende il sire. La svolta sarà pesante ma da oggi sino ad allora mi attendo colpi di scena eclatanti che potrebbero colpire anche coloro che si sentono più al sicuro rispetto ai soliti noti. Berlusconi è ancora in tempo per uscirne a testa alta ma la presunzione e la ormai acclamata e sintomatica megalomania glielo impediscono, a lui la scelta a lui le conseguenze agli italiani forse un inatteso mondo nuovo cui confrontarsi.
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Di M. Cazora  11/05/2010, in Documenti (2429 letture)
MORO:ULTIMA NOTTE DOVEVA ESSERE LIBERATO, TANTE CONFERME
ANSA A 32 ANNI DA V.CAETANI, ‘QUALCOSA ACCADDE,FINÌ CON RENAULT ROSSA’
(di Paolo Cucchiarelli, ANSA)

Gli americani hanno un'espressione che calza: ‘La verità è come l'olio della corazzata Missouri’. Un modo di dire che paragona la verità alle bolle di olio che ancora affiorano ogni tanto nella baia di Pearl Harbour dall'ammiraglia Usa affondata dall'attacco aereo giapponese. Qualche frammento di verità sul caso Moro affiora ancora oggi, a 32 anni dall'uccisione dello statista Dc. Tanti frammenti importanti che confermano che Moro doveva essere rilasciato vivo il 9 maggio del 1978 e che qualcosa di imprevisto, non concordato, accadde quell'ultima notte. Elemento questo confermato negli anni dall'ammiraglio Fulvio Martini, numero due del Sismi all'epoca, dal terrorista Carlos detto ‘lo sciacallo’ e dall'esponente dell'Olp Assam Abu Sharif: il 9 maggio, oltre al pagamento di un riscatto, a Milano era in atto una complessa azione per la liberazione di Moro grazie allo scambio tra esponenti della Raf prigionieri di Tito e detenuti Br in mano all'Italia. Martini andò in Jugoslavia per prendere in carico i tre e portarli a Beirut, dove un aereo dei servizi segreti italiani aspettava in un angolo appartato dello scalo. La destinazione prevista era lo Yemen, base di Carlos. Una fazione del Sismi, ha raccontato due anni fa Carlos all'ANSA, cercò di salvarlo: alcuni brigatisti dovevano essere prelevati dalle carceri e portati in un Paese arabo, probabilmente per scambiarli con i tre della Raf in mano a Tito. Oggi arrivano nuove conferme dopo che l'esponente dell'Olp Assam Abu Sharif ha detto che la trattativa venne improvvisamente interrotta dagli italiani, come sostiene anche Carlos: «Avrei potuto salvare Moro. Nessuna imprudenza. Ho chiamato un numero, ho lasciato un messaggio dopo l'altro. Nessuna risposta. Davvero strano: una linea speciale e nessuno risponde...» ha detto al Corriere della sera nel 2008. Intervistate da Alessandro Forlani per la rubrica Rai ‘Pagine in frequenza’ per uno speciale di Gr Parlamento alcuni protagonisti lanciano la loro personale ‘bolla d'olio’ su quella ultima notte. Franco Mazzola, all'epoca sottosegretario alla Difesa: «Il governo non poteva trattare, ma poi trattavano tutti: la Dc, il Papa, la Caritas. Insomma, trattavano. È chiaro che se Tito si prestava ad un'operazione come questa, lo faceva con l'accordo del governo italiano. Certo, ne erano a conoscenza pochissime persone: diciamo Cossiga e Andreotti; l'ammiraglio Martini il 9 maggio andava a chiudere l'operazione, ma quelli non hanno aspettato». Umberto Giovine, allora direttore di Critica Sociale: «L'ammiraglio Martini mi parlò un giorno di questa operazione svolta in Jugoslavia; non mi meraviglia più di tanto che non vi faccia neppure cenno nel suo libro di memorie, nè che minimizzi in commissione Stragi: probabilmente si sentiva sempre vincolato dal segreto». Per il rapimento di Aldo Moro «tutto si giocò nelle ultime 48 ore», anzi «nell'ultima notte», quella tra l'8 e il 9 maggio del 1978 dice Claudio Signorile, all'epoca vice segretario del Psi. Agnese Moro: «Ad un certo punto si parlò anche di un possibile espatrio di mio padre, in cambio della liberazione; non ricordo chi ne parlò, se politici, magistrati o qualcuno dei servizi, comunque era un'ipotesi fatta anche da papà nelle lettere». Nuccio Fava, direttore del Tg1: il segretario di Paolo VI, Macchi, mi disse che il Papa era molto dispiaciuto che Moro avesse scritto che lui aveva fatto ‘pochino’; e aggiunse che Paolo VI era pronto ad ospitare Moro in Vaticano, mettendo in piedi una commissione indipendente, che tenesse in custodia il prigioniero e definisse una trattativa tra governo italiano e Br; della commissione avrebbero fatto parte la Croce Rossa internazionale, la Mezza Luna Rossa algerina e altri soggetti neutrali. Macchi disse anche che il dolore per quanto era successo aveva accelerato la dipartita di Paolo VI«. Padre Carlo Cremona, segretario di Macchi: »Padre Macchi, se faceva qualcosa andava fino in fondo; quella mattina era contento, come se avesse raggiunto il suo scopo, come se una promessa fosse stata mantenuta; mi disse di stare attento al telefono, perchè avrebbe dovuto chiamare una persona, che avrebbe fatto da mediatore con le Br. Questa persona avrebbe dovuto dire che la trattativa era andata in porto, e che Moro, come d'accordo, avrebbe incontrato una persona amica, forse Mennini, che lo confortasse, lo facesse salire su un'auto e lo portasse in Vaticano, libero. Io rimasi al mio posto, ma arrivò solo la notizia che il cadavere di Moro era stato trovato«. Corrado Guerzoni, segretario di Moro: »Che le Br abbiano fatto tutto da sole corrisponde ad una lettura sempliciotta del sequestro Moro; secondo me, hanno gestito un appalto«. Sereno Freato, tra i più stretti collaboratori dell'allora presidente della Dc: »Liberare Moro avrebbe costituito un grande vantaggio per le Br: a mio avviso è arrivato un ordine dall'alto. Forse Moro è stato, come scrive, liberato dalle Br e consegnato a X o Y, qualche settore deviato delle istituzioni o dei servizi internazionali: le Br hanno fatto da pali. Forse Moro ha riconosciuto qualcuno; è giusto dire che quella notte del 9 maggio tante cose sono accadute, che non sappiamo«.
Una ulteriore conferma viene da Marco Cazora, figlio di Benito, deputato Dc che aveva cercato di aprire una canale di trattativa con ambienti della malavita romana che sostenevano di aver scoperto la prigione di Moro. Di fronte alle sue insistenze per un intervento delle forze dell'ordine, Cazora si sentì rispondere da qualcuno »molto importante«: »Smettila di darti tanto da fare, tanto quello martedì è libero«. Era sabato. Il figlio di Cazora ricorda anche quanto riferito da Cossiga in commissione Stragi nel '97 cioè che Andreotti gli disse, la sera dell'8 maggio, di sperare in una soluzione positiva. L'indomani la Renault rossa era in via Caetani.
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Di M. Cazora  11/05/2010, in Parole senza deferenza (1324 letture)
Cari amici riporto >questo dispaccio ANSA< per fare alcune precisazioni.
Chi ha avuto la possibilità di approfondire negli anni la vicenda Moro, attraverso la lettura di diversi libri, ultimo “Vuoto a perdere” di Manlio Castronuovo o attraverso studi diversi saprà che i tentativi rivolti alla liberazione di Aldo Moro da parte di mio padre sono agli atti sin dai primi giorni del rapimento del Presidente della DC, questo perchè Benito Cazora ragguagliava costantemente il Capo della Polizia ed il Ministero degli Interni.

In seguito fu ascoltato da diversi magistrati che però non ritennero necessaria la sua testimonianza in nessuno dei processi Moro ed inoltre non fu ascoltato in nessuna Commissione Parlamentare, ma altri lo citarono a seguito delle domande a loro rivolte da dette Commissioni.
Tra questi c'è l' “emerito” Cossiga, che quasi con disprezzo ne storpiò il cognome quasi non sapesse di chi si trattava, aggiungendo che non lo aveva preso in debita considerazione poiché non lo riteneva all'altezza di tale compito.Il tempo (ogni tanto è galantuomo) gli ha dato torto, oggi chiunque ritiene Cazora come colui che forse più di ogni altri fece nel tentativo di portare alla liberazione di Aldo Moro.

Ora ricordiamo tutti che sotto il coordinamento di Cossiga sono passate sotto i suoi occhi P2, massoneria, servizi deviati e quant'altro, in quei 55 giorni egli si rese protagonista degli errori più grossolani, chiunque avrebbe fatto meglio e di più, ma egli si riteneva infallibile così ieri come oggi.

Desidero porre una domanda all'“emerito” Cossiga alla luce di quanto avvenne in quei giorni, visti i suoi reiterati interventi e le continue esternazioni non ritiene ora opportuno tacere per sollevarci dalle sue lezioncine da perfetto statista divenute non solo stucchevoli ma piuttosto inappropriate e scandalose?
Come considera il suo comportamento riguardo l'amico Aldo Moro, tale da essere attribuito a persona totalmente incapace, o in malafede? Io propenderei per entrambe.

In seguito visti i suoi grandi meriti ha ricoperto prima il ruolo di Presidente del Consiglio ed in seguito dulcis in fondo Presidente della Repubblica, in questo Paese giustamente si premiano i migliori ed i più capaci, ma mi creda faccio enorme fatica nel riconoscere in lei tali peculiarità.
La invito a convincere me e chi la pensa come me (sono tanti mi creda) del contrario.

Rimango in attesa di una sua coraggiosa risposta, visto che di coraggio ne ha poco, tempo fa disse di non voler raccontare oltre poiché nonostante la sua età non voleva essere ucciso, pensi a quanti non sono stati Presidenti della Repubblica e non godono della sua scorta e ciò nonostante rischiano la vita per lo Stato, forse un minimo di vergogna dovrebbe provarla ma non credo che questo sentimento le appartenga. Tanti auguri per quando incontrerà Dio ne ha davvero bisogno.
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C'è un passato che non passa nel mondo degli affari, della politica e dei segreti d'Italia. Prendiamo ad esempio Flavio Carboni, il brasseur d'affaires assurto alle cronache con il crack dell'Ambrosiano, che finì accusato dell'omicidio di Roberto Calvi per averlo accompagnato nel suo ultimo viaggio a Londra.

La prima corte d'assise d'appello del tribunale di Roma lo ha di nuovo assolto e questo non può che giovare alle sue attuali, frenetiche attività. Perché Carboni non è un fantasma del passato anzi, ad onta dei suoi 73 anni, appare un personaggio ancora sulla cresta dell'onda, iperattivo in ambienti che ieri come oggi presentano numerose impurità.

Il nuovo business che lo vede interessato è l'energia pulita, quegli impianti per installare l'eolico in Sardegna di cui ancora si discute e già sono spuntati affaristi e tangenti. Della nuova inchiesta della direzione antimafia della procura di Roma si sa poco, ma gli inquirenti sembrano molto interessati a una serie di incontri svoltisi di recente a Roma, tra il coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini, il governatore della Sardegna Ugo Cappellacci e lo stesso Carboni. Tanto che tutti e tre sono ora indagati per corruzione. A quanto emerge dalle intercettazioni, il faccendiere sardo si sarebbe proposto come capofila di un gruppo di imprenditori interessati alle energie rinnovabili in Sardegna, dove le coste e i crinali battuti dal maestrale, da Cagliari e Sassari, rendono particolarmente appetibile il progetto.

L'obiettivo di Carboni era ottenere la firma di un accordo di programma con gli imprenditori da lui rappresentati, in particolare il suo amico Ignazio Farris (anche lui indagato) solo di recente nominato direttore generale dell’Arpas, l’Azienda regionale per la protezione dell’ambiente in Sardegna, di competenza della Giunta regionale. Un incarico ottenuto più o meno in questo modo. <Se Farris non sarà nominato, non se ne fa nulla>, sarebbe stata la poco velata minaccia di Carboni a Verdini e ad altri interlocutori. Fatto è che, dopo un incontro con Cappellacci a casa di Verdini, la nomina di Farris al vertice dell’Arpas si è sbloccata. E subito dopo sarebbe partita una raccolta di fondi per alcuni milioni di euro, cui ha partecipato la cordata di imprese interessate all'eolico. Fondi non a caso transitati all'interno del Credito cooperativo fiorentino, la banca di cui è presidente il coordinatore del Pdl, già nel mirino dell'inchiesta Grandi eventi di cui si occupa la procura di Perugia, che lo vede indagato per lo stesso reato di corruzione.

Il nome di Cappellacci è stato iscritto per ultimo sul registro degli indagati, ma prima ancora di averne conferma il presidente della Regione Sarda si era difeso con foga: <Credevo di ricevere un premio per la posizione assunta sull'eolico, la nostra linea è stata chiarissima, no alle pale off shore, gestione diretta della Regione per gli impianti a terra. Ci hanno persino accusato di essere talebani>. Eppure, al centro degli accertamenti, oltre a Ignazio Farris- nominato proprio da lui- c'è anche l'ex assessore ai Servizi sociali della provincia di Cagliari, Pinello Cossu (Udc). L'indagine porta al progetto per un parco eolico nella zona industriale di Cagliari e coinvolge l'ex assessore socialista Arcangelo Martino. Uno strano personaggio politico che vanta decine di conoscenze sia nella magistratura che in ambienti imprenditoriali. Fu lui -almeno disse- a presentare Silvio Berlusconi a Benedetto Letizia, il papà di Noemi all'epoca minorenne.

In attesa di essere interrogato dal pm Capaldo Verdini si difende attaccando. Dietro il suo coinvolgimento nell’inchiesta- arrivato in contemporanea con l’uscita di scena di Scajola- l'alto esponente del Pdl intravede un disegno teso a mettere in difficoltà il governo. <Io sono fiorentino e mi piace citare Galileo. Se un fatto si ripete vuol dire che è scientifico>. L'accusa lo considera socio in affari del costruttore fiorentino Riccardo Fusi da almeno 15 anni, nell'ambito della grande impresa di costruzioni Fusi-Bartolomei, nota come Btp egemone in Toscana. E la Procura di Firenze sospetta che Verdini abbia manovrato uomini e poltrone per favorire proprio l'amico Fusi, oggi accusato di corruzione e associazione per delinquere aggravata dalla finalità mafiosa.
Il 14 ottobre 2008 mentre le Borse crollavano, il Credito cooperativo erogava 10 milioni di euro, alle finanziarie della Btp che, pochi mesi dopo, fu costretto a negoziare una moratoria sui debiti. Un'operazione ora sotto la lente di Bankitalia. Anche la DDA di Roma insegue un giro di assegni e conti correnti bancari destinati a pilotare il business dell'eolico e altri affari dove potrebbero operare soci occulti. Secondo gli inquirenti il transito sui conti della banca di Verdini doveva servire a mescolare le tracce del denaro e distribuire i soldi per «oliare» i meccanismi dei successivi. Gli accertamenti proseguono con l’analisi dei documenti acquisiti nella banca fiorentina e negli uffici della Regione Sardegna.

Ma gli appalti per l’energia eolica sono soltanto uno dei capitoli dell’indagine, che riguarda anche altre attività di un presunto «gruppo di intervento» che mirava a condizionare varie vicende, attraverso contatti ad alto livello nel mondo politico, giudiziario ed imprenditoriale. Non escluse alcune nomine di magistrati. Insomma una strana lobby politico affaristica- su cui grava il sospetto di far parte di un circuito massonico coperto- di cui Verdini sarebbe il promotore e i cui terminali finiscono all'interno della sua piccola, dinamica banca. Il Credito Cooperativo fiorentino. Tra gli intercettati durante le conversazioni con Flavio Carboni c’è anche un altro importante esponente del Pdl, il senatore Marcello Dell’Utri, già condannato a nove anni di carcere per concorso in associazione mafiosa ed in attesa del giudizio d’appello.

Le ombre del passato sembrano inseguire il faccendiere sardo (che preferisce essere definito imprenditore). A partire dal gran chiasso attorno a Villa Certosa, che proprio lui vendette a Berlusconi. Non gli piace neppure che si sia tornato a scavare attorno agli appalti che a cavallo degli anni Ottanta portarono a costruire ville e residence sulla Costa Smeralda. Un altro gradino del futuro impero economico del premier. Dietro cui si nasconde quella rete di società fantasma che Carboni aveva creato e che consentivano a mafiosi e boss della banda della Magliana di riciclare denaro sporco.
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Di M. Castronuovo  16/05/2010, in AnniDiPiombo (1648 letture)
Il 12 maggio del 1977, in una manifestazione indetta dai radicali per ricordare il III anniversario del referendum sul divorzio, trovò la morte la studentessa Giorgiana Masi. E’ solo una delle tante vittime dei moti di piazza degli anni ’70, ma la sua morte è caratterizzata da circostanze mai chiarite e sulle quali una sentenza si è espressa in maniera sbalorditiva.

Giorgiana Masi non è vittima di schieramenti contrapposti, come si potrebbe facilmente immaginare. Ad ucciderla sono stati colpi d’arma da fuoco (calibro 22) sparati con l’intenzione di uccidere mentre, di spalle, fuggiva dalle cariche della Polizia.

Quei colpi ferirono altre due persone: un poliziotto ed un'altra manifestante. Il corteo si tenne nonostante il divieto di manifestazioni pubbliche entrato in vigore dal precedente 21 aprile quando fu ucciso un agente di Polizia e ne furono feriti altri cinque.
L’inchiesta sui fatti del 12 maggio ’77 si concluse il 9 maggio del 1981 per impossibilità di procedere (non fu individuato nessuno dei responsabili).

Parlavamo della sentenza. Eccone un tratto che, a rileggerlo a distanza di 33 anni, aumenta lo sgomento e la rabbia. Sgomento per ciò che caratterizzava le dinamiche del potere (ancora attive?), rabbia perché a farne le spese fu un’innocente ed indifesa studentessa.

«È netta sensazione dello scrivente che mistificatori, provocatori e sciacalli (estranei sia alle forze dell’ordine sia alle consolidate tradizione del Partito Radicale, che della non-violenza ha sempre fatto il proprio nobile emblema), dopo aver provocato i tutori dell’ordine ferendo il sottufficiale Francesco Ruggero, attesero il momento in cui gli stessi decisero di sbaraccare le costituite barricate e disperdere i dimostranti, per affondare i vili e insensati colpi mortali, sparando indiscriminatamente contro i dimostranti e i tutori dell’ordine.»

Cosa c’entra l’Emerito? Era Ministro degli Interni, mica Iddio! Non era ovunque e non poteva sapere tutto!
Si può dissentire?

Oltre alle responsabilità penali, esistono anche quelle politiche. Nel senso che ci sono persone che hanno il dovere di sapere, hanno il dovere di prevenire. Non glielo ha imposto il medico, lo hanno scelto da soli nel momento esatto in cui hanno accettato certe cariche.
Quindi un Ministro dell’Interno che non è in grado di assicurare che personaggi estranei (?) alle forze dell’Ordine operino in maniera sovversiva, dovrebbe essere calciato a pedate nel deretano ed il suo volto affisso in quel “Wall of incapable” affinchè nessuno possa dimenticarne l’assoluta incapacità nel rappresentare le istituzioni.
E non essere premiato sino alle più alte cariche dello Stato.

Ma il motivo più grave che ci porta a dover parlare ancora dell’Emerito, non è questo.

A saper leggere bene le parole del giudice Claudio D’Angelo, sembra proprio che quel 12 maggio del ’77 non sia stato altro che l’ennesimo episodio della strategia della tensione che ha tenuto in bilico il nostro Paese (senza sovranità) e che il sangue bipartizan sia stato versato solo nell’ottica del ricatto tra blocchi contrapposti che si contendevano il predominio sul nostro territorio, in una guerra tutt’altro che fredda combattuta sullo scenario mondiale.
Cossiga ha più volte accennato ai fatti di quel giorno con le solite allusioni, mezze affermazioni degne del più codardo dei pentiti: quello che racconta ciò che gli torna comodo per l’esclusivo tornaconto personale e dei benefici di legge.


La studentessa Giorgiana Masi

Nel 2003 fu un po’ criptico:
«Non li ho mai detti alle autorità giudiziarie e non li dirò mai i dubbi che un magistrato e funzionari di polizia mi insinuarono sulla morte di Giorgiana Masi: se avessi preso per buono ciò che mi avevano detto sarebbe stata una cosa tragica»

Ma nel gennaio del 2007, in un'intervista al Corriere della Sera fu molto chiaro dichiarando di essere una delle cinque persone che sono a conoscenza del nome dell'assassino di Giorgiana Masi.
E tutti ricordiamo ancora bene il 24 ottobre del 2008 quando fu prodigo di consigli per il Ministro degli Interni Maroni su come affrontare le manifestazioni di piazza che il movimento l’Onda promosse per protestare contro la riforma Gelmini.

Allora Emerito?
Lo so che è difficile per un coniglio diventare leone, ma noi non pretendiamo questo. Vorremmo solo che il prossimo carnevale metta il suo bel vestitino da Re della Foresta e trovi il coraggio per parlare. Cosa è successo quel 12 maggio 1977? Quali forze del “doppio stato” hanno utilizzato quella manifestazione perché tornasse comodo ad alti settori delle Istituzioni? E già che c’è, ci racconti anche di Aldo Moro, di Ustica e di Bologna. Ci accontenteremmo di questo, per cominciare.

Poi potrà decidere lei stesso se mantenere il travestimento o tornare alle più comode vesti di coniglio

Più volte è intervenuto in difesa dei brigatisti che furono protagonisti della vicenda Moro contro chi li ha accusati di essere solo il braccio armato di menti di ben altro livello. Un riconoscimento politico che ha un significato preciso: erano un fenomeno autentico, non erano pilotati, ma sono stati “fregati” da qualcosa di più grande di loro. Una esplicita ammissione del fatto che l’Emerito ben conosce chi li ha fregati e come lo ha fatto. Non fosse altro perché è stato proprio lui il primo ad essere “giocato”.
Non si può pretendere di sapere dalle BR che contrastavano lo Stato chi, da dentro le istituzioni (o dall’esterno ma con un cordone ombelicale ancora non reciso), ha “giocato sporco” determinando l’uccisione di Aldo Moro.
Ma se è stato beffato anche Cossiga, vuol dire che è stato beffato lo Stato. E se si può capire il perché 30 anni fa queste cose l’Emerito non potesse dirle (era un coniglio, meglio ancora un cane abituato ad abbaiare a comando in cambio del biscottino al tartufo…) è vergognoso che alle soglie del crepuscolo della sua inutile esistenza tenga ancora la bocca tappata.
Forse, oggi, è questo l’ordine che fedelmente continua ad eseguire.
La sua missione non è terminata.

Si goda i “biscottini”, Emerito. Potrebbero essere gli ultimi.
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Sta per uscire un libro-documentario realizzato dai giornalisti Giampiero Marrazzo e Gianluca Cerasola sull'abbattimento del DC9 il 27 giugno del 1980 nei cieli di ustica.

Trent'anni fa.

E per i pochi smemorati ricordo che furono uccisi 81 cittadini innocenti e che la giustizia italiana non è riuscita ancora a dare un nome ai responsabili di quell'atto di guerra.

I due autori hanno intervistato l'Emerito coniglio Francesco Cossiga il quale si dice sicuro di come andarono i fatti quella sera. Ecco quanto riportato dall'ANSA:


USTICA: COSSIGA IN UN FILM, DC9 ABBATTUTO DA AEREO FRANCIA ANTICIPAZIONE INTERVISTA SU TRAGESIA AEROMOBILE ITAVIA
(ANSA) - ROMA, 24 MAG - «L'aereo francese si era messo sotto il Dc9, per non essere intercettato dal radar dell'aereo libico che stava trasportando Gheddafi. Ad un certo punto lancia un missile per sbaglio, volendo colpire l'aereo del presidente libico». Lo ha dichiarato il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga nel film inchiesta dal titolo «Sopra e sotto il tavolo - Cosa accadde quella notte nel cielo di Ustica», realizzato dai giornalisti Giampiero Marrazzo e Gianluca Cerasola sulla tragedia del Dc9 dell'Itavia inabissato al largo di Ustica il 27 giugno del 1980 e pubblicato dall'editore Tullio Pironti. Le dichiarazioni di Cossiga sono state rese note oggi da uno degli autori del film, Giampiero Marrazzo. «Chiamai io l'ammiraglio Fulvio Martini, direttore del Sismi - continua il senatore a vita - che mi disse che non aveva prove, se non quelle dell'intelligence che raspa nei bistrot». Riferendosi poi agli autori del film, che uscir… il prossimo 10 giugno in un cofanetto con un libro con la prefazione del senatore a vita Giulio Andreotti, Cossiga li ha avvertiti dicendogli: «Io vi sconsiglio vivamente di andare in Francia. Se continuate questa inchiesta potrebbe succedervi qualcosa: un'intossicazione alimentare, lo scoppio di uno pneumatico o uno scontro con un camion». In ogni caso, secondo Cossiga, «ci può essere un governo di destra, di centro-destra, di sinistra o di estrema sinistra, ma i francesi non lo diranno mai; magari finchè‚ qualcuno che sa o che è l'autore, in punto di morte non avrà paura del giudizio dell'Altissimo, a cui non potrà opporre egalitè, fraternitè e libertè».

Bene. Lasciando da parte il solito refrain cui l'ex Presidente ci ha abituato (dichiarazioni monche, che nascondono una pseudo-paura ma che in realtà vogliono coprire i reali responsabili di molti comportamenti di quegli anni) stavolta siamo davvero al tragicomico.

Se non fosse per il resto del Mondo, l'Italia sarebbe stato (e sarebbe tutt'ora) il Paradiso terrestre. Porca miseria, sempre qualche imprudente che ci combina un disastro, mai che le Istituzioni  abbiano avuto uno straccio di responsabilità.

Eh no, caro Cossiga. Troppo semplice.
Io dico che stavolta lei bluffa alla grande e in molti ci cascheranno. Io dico che il Governo italiano era ben consapevole di quale messaggio portò con se Ustica, chi lo mandò e chi, non avendo avuto risposte esaurienti, replicò il concetto il 2 agosto...

E anche lei lo sa. Inutile intimidire i due ignari autori per non farli andare in Francia. Si godano pure una meritata vacanza, ma siano consapevoli che non è la caccia ai fantasmi che li avvicinerà alla verità.

Quando si fanno affari sporchi non ci si può lamentare se qualcuno risponde in maniera sporca. Ma gettare il bambino con l'acqua sporca non mi sembra un modo intelligente di chiudere la faccenda.
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Classe 1932, la pelle liscia come il guscio di un uovo, il passo agile e felpato, lo sguardo sornione del bon-vivant e sulla bocca un eterno, accattivante sorriso.. Anche giovedì mattina, quando per l'ennesima volta Flavio Carboni ha salito i tre gradini che portano a Regina Coeli, nessuno avrebbe detto che sono passati quasi trent'anni dal crack dell'Ambrosiano. Processo per il quale ha subito la prima, e in definitiva unica, condanna a otto anni e sei mesi di carcere. Il tempo è scivolato leggero su quest'uomo da sempre considerato il comune denominatore dei misteri d'Italia. Tragiche vicende che non lo hanno scalfito, dalle quali è anzi uscito più ricco e potente e perfino più giovane ora che è sparito dalla sua fronte quell'orrido toupet rossiccio. Al suo posto sono spuntati capelli nuovi, di un discreto colore castano, appena brizzolati. Un patto con il Diavolo? In realtà se il diavolo esistesse avrebbe l'aspetto docile e i modi insinuanti di Flavio Carboni. Uno che appena ti si mette accanto, ti prende sottobraccio. Come accadde a Ciriaco De Mita, durante un congresso della Dc all' Eur. La foto provocò scalpore, il faccendiere sardo all'inizio degli anni Ottanta aveva già una pessima fama, anche se ancora non era sospettato di aver ucciso Roberto Calvi, impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra il 18 giugno 1982. “Lo conoscevo appena”, raccontò De Mita. 

Ma un filo lega quella lontana foto a una vicenda che troviamo nell'ordinanza d' arresto che indica Carboni erede di Gelli. Dalle colorite telefonate tra Pasquale Lombardi e l'assessore regionale Ernesto Sica emerge un patto fortissimo nel tentativo di screditare Raffaele Caldoro, candidato alla Regione Campania. Un patto in difesa di Cosentino, bruciato per collusioni con la camorra. Nessuno era mai riuscito a spiegarsi perché Sica fosse stato imposto a Caldoro da Berlusconi stesso. Non era una velina e neppure un fedelissimo, anzi un ex Pd, area Margherita, nato giovanissimo come demitiano. La strana alleanza ha una sola spiegazione: Sica è amico di Carboni. Forse lo è diventato nel periodo della foto. Tutto torna utile.Carboni è così, ti si mette accanto e ti propone la soluzione giusta: aree edificabili, pale eoliche o festini con ragazze. All'epoca aveva un segretario, Emilio Pellicani, ormai morto da tempo. Il poveretto fu messo sotto torchio, prima dal pm Sica, poi da Tina Anselmi, presidente della commissione d'inchiesta sulla loggia P2. Pellicani ammise che il principale aveva un debole per le ragazze e per la cocaina. Era anche un pass partout per stringere amicizie importanti. E Flavio di amici importanti ne ha sempre avuti, in ogni ambiente. Dal milieau della mala romana al Vaticano, in politica come nella massoneria. Era amico di Domenico Balducci, il primo capo della Magliana (poi ucciso da Pippo Calò) ma anche di monsignor Pavel Hnilicaad, alto prelato dello Ior, cui vendette i documenti della borsa di Calvi. Reato di ricettazione dal quale fu assolto.

Forte era il legame con Armando Corona, maestro del Grande Oriente d'Italia, come lui nativo di Sardegna. E sardo è anche l'attuale presidente dell'Antimafia Beppe Pisanu, che per un certo periodo Carboni ha frequentato. Amicizie anche trasversali come quella con l'editore Caracciolo, con cui condivideva la passione per le belle donne. L'amicizia con Marcello Dell'Utri è il filo conduttore di molte inchieste, anche l'ultima, e risale ai tempi di Olbia 2 quando- e di questo Carboni si è sempre vantato- il Cavaliere approdò in Sardegna. Fu lui in seguito a vendergli Villa Certosa. Nei primi anni Ottanta il faccendiere era di casa negli uffici di via dell'Anima dove a curare gli affari era il fratello Paolo. Con Dell'Utri i rapporti si sono fatti sempre più stretti, non a caso il figlio Marco ha lavorato in Publitalia. Narra la legenda che quando il pm Woodkock lo fece arrestare- come il padre aveva la passione per i festini- Marco fosse fidanzato con Mara Carfagna.

Le mille vite di Flavio Carboni in un modo o nell'altro finiscono per intrecciarsi con il potere, anche con il suo lato più oscuro. La partita più pericolosa fu quella che giocò attorno a Roberto Calvi. Nell'ultima estate di vita fece di tutto per farsi invitare nella villa di Cabassi dove, dopo i mesi trascorsi nel carcere di Lodi, Calvi cercava di riposarsi in compagnia della moglie, di Francesco Pazienza e della sua fidanzata Marina de Laurentis. Alla fine si fece annunciare da una gigantesca forma di pecorino. Ma per conquistare la fiducia del banchiere fu necessario presentargli Armando Corona, Calvi era convinto in quel periodo di essere spacciato senza l'aiuto della massoneria. Poi il viaggio a Londra, il ritorno in compagnia soltanto della borsa, l'accusa di omicidio fino all'assoluzione due mesi fa in appello. Ha rischiato l'ergastolo, ma in quel momento aveva altro per la testa. A preoccuparlo era l'inchiesta sull'eolico che stava portando a galla la sua nuova vita. Non troppo diversa dalla vecchia. Nel lungo interrogatorio di ieri pomeriggio, come sempre, ha cercato di smussare, minimizzare. Ma Carboni per l'accusa resta crocevia di trattative segrete, mediatore di poteri occulti, referente di politici, imprenditori e criminali.
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