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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Qualcuno lo aveva previsto. L'inchiesta sull'eolico e il suo fondo melmoso coinvolgerà i piani alti della politica, da palazzo Chigi al ministero della Giustizia.. Niente e nessuno si salverà.. Ed è quanto sta avvenendo in queste ore. La notizia che anche Denis Verdini, il numero tre del Pdl, sia iscritto sul registro degli indagati per appartenenza alla nuova P2 (o P3 come qualcuno la chiama) ha provocato un terremoto politico e siamo soltanto agli inizi. Ieri sera si è dimesso dalla carica di assessore regionale della Campania Ernesto Sica, il quinto ad essere finora indagato per associazione segreta. La sua posizione era ormai incompatibile con quella del governatore Caldoro nei confronti del quale- a quanto si apprende dall'ordinanza- avrebbe ordito un vero e proprio complotto, accompagnato da dossier diffamanti su presunte abitudini sessuali. Caldoro aveva il solo torto di essere stato prescelto dal Pdl come candidato per la Campania dopo che era venuta meno quella di Cosentino, non per motivi di conto ma per una richiesta di arresto per colluzione con la camorra. Ma Cosentino era il candidato gradito da Flavio Carboni, andava salvato.

Si è dimesso anche l'avvocato generale della Cassazione Antonio Martone. Anzi, a quanto si è appreso i n ambienti del Csm, come si usa ha chiesto il pensionamento anticipato. Martone, la sera del 23 settembre 2009, partecipò al simpatico incontro conviviale in casa di Verdini, per discutere assieme a Carboni e soci, al capo degli ispettori di via Arenula Arcibaldo Miller e al presidente della Cassazione Giuseppe Carbone, quale fosse la strada per impedire che la Corte Costituzionale bocciasse il Lodo Alfano. Progetto fallito, come si sa, ma si sa anche quanto il povero Pasqualino (alias Lombardi) si sia adoperato per convincere Mirabelli e il gruppo di “incerti” la cui lista veniva dall'interno della Consulta. Non si è dimesso invece il governatore della Sardegna Ugo Cappellacci, e neppure Ignazio Farris, ma qualcuno già lo chiede. Per ora è il presidente dei Verdi Angelo Bonelli: “Il presidente della Regione dovrebbe dimettersi immediatamente. E non si riesce a comprendere per quale ragione il capo dell'Agenzia ambientale sarda sia ancora al suo posto. Quello che emerge dall'inchiesta è semplicemente vergognoso”.

L'onda fangosa sfiora i piani alti, e si prevede il peggio quando si conoscerà il contenuto delle intercettazioni secretate. Duemila pagine. Non sfugge che Denis Verdini, da Fivizzano, abbia avuto un ruolo centrale nel criminoso progetto legato agli impianti eolici. Criminoso per gli interessi occulti che nasconde, per la qualità di imprese infiltrate dalla criminalità organizzata, ma soprattutto per il ruolo offerto a Carboni come contropartita nell'intreccio di favori, dati e ricevuti. La capacità, che l'ex faccendiere piduista ha sempre avuto nel tessere importanti relazioni, questa volta conduce a palazzo Chigi. Può soprendere, ma sotto tiro è Gianni Letta, il grand commis di molti governi, le cui radici affondano nella prima Repubblica e in quei rapporti privilegiati con oltretevere che fanno di lui l'erede di Andreotti e quindi un sistema di potere solido e collaudato che va al di là del rapporto fiduciario con Berlusconi. Tale, dicevano, da poter sopravvivere al suo declino, Invece i fatti avvenuti negli ultimi mesi dimostrano che non è così. E non soltanto per i guai che possono derivargli dal rapporto privilegiato con Verdini. L'ombra della massoneria che emana dal coordinatore nazionale del Pdl rischia di estendersi a tutto il sistema malmostoso che abbiamo già incontrato nell'inchiesta sui Grandi Appalti della Protezione civile, dove ancora incontriamo Verdini. Questa volta non alle prese con gli impianti eolici ma con il disastro del post- terremoto e dei troppi aspiranti a spartirsi l'immensa torta degli affari. A partire dal suo amico-socio Riccardo Fusi, in combutta anche lui con i napoletani, con quel Piscicelli detto “lo sciacallo” per le risate nella notte in cui l'Aquila veniva seppellita dalle macerie. Un disastro che inghiotte l'astro più splendente della galassia Letta e cioè Guido Bertolaso, la cui immagine di Superman è affogata nei poco limpidi rapporti con il costruttore Anemone.
Voltiamo lo sguardo e troviamo la Finmeccanica dove dopo l'arresto di Marco Cola, outsider della terza industria italiana, molto critica appare la posizione del presidente Guarguaglini, altro uomo amato da Letta. Cosa sta accadendo? A chiederselo è anche il procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso e la sua risposta non è rassicurante. “Qualcuno oggi può dire: ma si tratta di lobby...Bisogna vedere se questa attività lobbystica mette o no in pericolo la democrazia e l'uguaglianza dei cittadini. E se c'è la volontà politica di perseguire questo fenomeno”.

Lo scambio di favori è presente in ogni relazione pubblica, lamenta Luigi de Magistris, eurodeputato dell'Idv: “L'inchiesta della Procura di Roma porta alla luce l'esistenza di una cricca massonico-piduista che conferma quanto sia radicato nel nostro Paese un do ut des criminale ed eversivo”. Interviene anche il consigliere del Csm Livio Pepino: “In diverse procedure di nomine di magistrati ci furono avvisaglie di opacità e pressioni, io fui tra quelli che lo segnalarono”. Preoccupa il silenzio del governo, Dice Leoluca Orlando, portavoce dell'Italia dei valori: “.
Nessun membro dell'esecutivo, compreso il ministro Alfano, ha sentito il dovere di spendere una sola parola. In altri tempi grazie all'impegno di Tina Anselmi, si riuscŤì ad approvare una legge contro la P2. Oggi, invece, la maggioranza è coinvolta in affari che confermano l' intreccio perverso tra politica,.mafia e massoneria”.
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Ma cosa sta succedendo nel nostro Paese, non bastavano le fratture interne alla maggioranza, l'anonimato dell'opposizione e una manovra finanziaria devastante?
A quanto pare no, antichi fantasmi ritornano prepotenti dal passato: P2 o P3, questione morale, interrogativi nuovi che rimuginano nel vecchio, improbabili rimpasti da prima repubblica ed un ghe pensi mi quanto meno sconcertante.

Berlusconi, Carboni, Cicchitto tutti iscritti alla P2 di Licio Gelli, la massoneria non muore ma a quanto pare nemmeno si rinnova, le solite facce, le solite storie, le solite assonanze ed ecco che come per incanto riemerge dalle ceneri la questione morale evocata in un passato ormai lontano da Enrico Berlinguer ed oggi ripresa da quegli uomini che in passato definivamo neofascisti, ebbene sì oggi a parlarne è Gianfranco Fini, che sempre più stanco e forse un po' schifato non perde occasione per far innervosire il re.

Qualcuno oggi si accorge che il re ha divorato i suoi sudditi, ma c'è sempre l'impunito che si rifiuta, quando arriva il proprio turno lui si ribella ed ecco che come all'improvviso si accorge di non stare insieme ad uno stinco di santo (come se prima lo fosse) e non ci sta.

Ma il ribelle se pur debole è furbo, perchè andarsene sul più bello solo perchè non riconosce più il suo re? Proviamo a far diversamente, come il cavallo di Troia cerca di colpire dall'interno colpi bassi che il sire non sopporta, se ne lamenta ma altro non può.
Ed ecco che preso dalla rabbia e dalla disperazione va al mercato e tenta di comprare l'UDC, ma la risposta è ni poiché il suo leader viene da quella prima repubblica che tanto amava il proporzionale ed era giunta suo malgrado alla logica dell'alternanza, ma il re queste cose non le accetta, non le concepisce e risponde io sono il re e sempre lo sarò.

La Procura della Repubblica di Caltanissetta che indaga sugli attentati del '92 ci dice che se riusciranno a giungere finalmente alla verità riscriveremmo la storia italiana da Portella della Ginestra sino ai giorni nostri, ma l'interrogativo più pesante è: riuscirà lo Stato a reggere un colpo tanto forte? Č un interrogativo da far tremare le gambe a chiunque.

Troppe cose, troppo grandi, anche per il re, ma egli non molla non ci sta ad essere spodestato per sparire in un buco nero fatto di troppe incognite e qualcosa farà, saranno gli ultimi colpi di coda di un uomo che si sente invincibile ma che si sentirà ben presto disperato, solo con i suoi repubblichini. E' proprio vero la storia si ripete ed è per questo che mi attendo prossimamente un riaffiorar di sentor di mafia, di gesti intimidatori nel tentativo di rafforzare quella parte di servizi
che resistono al nuovo.
Per loro un cambiamento sarebbe devastante e lottano con tutte le forze rimaste, sarà uno scontro all'ultimo sangue e come un western che si rispetti alla fine il sangue scorrerà.
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Di M. Cazora  31/07/2010, in Parole senza deferenza (946 letture)
Oggi su Il Fatto Quotidiano si sono espressi alcuni tra i più famosi analisti politici di cui il Paese possa vantarsi, da Paolo Flores D'Arcais a Marco Travaglio, da Luca Telese a Nando Dalla Chiesa ecc. per sottoporre le loro ipotesi sul futuro del Governo e quindi di Berlusconi, vorrei quindi cimentarmi presuntuosamente anche io facendo un triplo salto mortale senza rete.

Contravverrò alla logica politica che accomuna più o meno tutti loro. Sono convinto che al di là della campagna acquisti che il Cavaliere si sta accingendo a fare, il Governo cadrà a prescindere dal fatto che questo derivi da una volontà precisa di Berlusconi di farlo cadere, piuttosto che dall'implosione dello stesso. Come previsto dalla Costituzione, i rappresentanti di tutti i partiti facenti parte l'arco costituzionale si presenteranno dal Presidente della Repubblica che cercherà di capire se esistano le possibilità di un nuovo mandato per formare il Governo o meno.

Qui potrebbe nascere la prima sorpresa, perchè potrebbe essere deluso il desiderio del Cavaliere di andare immediatamente alle urne con la attuale legge elettorale; certo di vincere a mani basse; e chissà che non si riescano a trovare i numeri per giungere almeno a questa riforma e poter tornare al voto.

Ma mi azzardo ad andare oltre, tolto il fatto che una nuova legge elettorale sarebbe solo un bene per il Paese, aggiungo che in questo momento non avrà una grande importanza.

Berlusconi e le sue truppe cammellate assieme alla Lega non vinceranno le elezioni, e nessuno dei suoi oppositori riuscirà a raccogliere tanti consensi tali da farli governare ed ecco che come per incanto pur essendoci una legge maggioritaria, si tornerà al passato ad una specie di proporzionale che consentirà al Paese di aver un Governo di larghe intese in grado di affrontare senza indugi tutti i temi che gravano impetuosi e non permettono di essere risolti da una rinnovata linea debole incapace di autogestirsi. Dopo 17 anni sarà la fine del berlusconismo e le sorti dello stesso fautore di tanta egemonia dipenderanno dagli accordi che egli riuscirà a raggiungere con la nuova maggioranza o altrimenti si vedrà costretto a pagare quel fio che ha tenuto lontano per anni con il gioco delle tre carte ed il consenso di personaggi squallidi con il guinzaglio che non erano di certo amici dell'uomo.
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Giuseppe Ferrara è, tra coloro che ho conosciuto grazie ai miei studi sulla vicenda Moro, una delle persone che mi hanno stupito di più.
Dotato di un bagaglio culturale impressionante, di una finezza di pensiero che lascia a bocca aperta e di una freschezza intellettuale sicuramente più dinamica ed effervescente della mia, nonostante i quasi 30 anni di differenza.

E', per intenderci, una persona che quando parla ha sempre qualcosa da insegnare. Nel suo mestiere (ovviamente) ma anche e soprattutto nelle molteplici vicende che in molti hanno solo letto sui libri e che lui ha vissuto da contemporaneo, ha avuto la possibilità di parlare con i protagonisti e in molti casi di studiare per le inchieste dei suoi lavori cinematografici.

Qualche giorno fa mi ha spedito delle riflessioni che riguardano il ruolo della Banda della Magliana (da molti ipotizzato) nella vicenda Moro. Non tanto nel suo aspetto politico, ovviamente, quanto in quello più strettamente criminale.

Prima di passare alle sue considerazioni, voglio premettere un piccolo (mica tanto) particolare che può aiutare a leggere meglio quanto Ferrara avrà da dirci.
Nel libro "L'Anello della Repubblica" (uscito nel 2009 per Chiarelettere) Stefania Limiti ha messo insieme una serie di elementi così sintetizzabili. Dopo il rapimento, l'Anello viene attivato per la ricerca della prigione dove i brigatisti avevano rinchiuso Aldo Moro. L'Anello si attiva chiamando in causa la Camorra che, a sua volta, si mette in contatto con il suo uomo di collegamento con la Banda della Magliana a Roma. Questi ultimi fanno emergere il nome di via Gradoli. L'informazione viene riportata a Roma ma, a questo punto, l'Anello è stoppato.
E' evidente, a questo punto, che a partire da quel momento in un'ipotetica trattativa per la ricerca della prigione e la sorte del Presidente della DC entra in gioco la Banda della Magliana.

Come, è tutto da definire. O, almeno, io non lo so.
Ma mi sembrava una premessa utile per "leggere" meglio le riflessioni di Giuseppe Ferrara che riporto integralmente di seguito.

"il caso Moro è ancora avvolto nel mistero?
A mio avviso no.
Tutti sappiamo che è stato un golpe. Persino uno studioso cauto come De Lutiis ha significativamente intitolato il suo ultimo libro IL GOLPE DI VIA FANI. Certo, le prove giudiziarie mancano. Ma non si sono volute acquisire o si sono volute sottovalutare. A cominciare dalla famiglia Moro. Che si è comportata malissimo, tradendo lo scomparso che, ricordo bene, forse nell’ultima lettera a Nora punta l’indice accusatore contro la DC. Ma la famiglia non ha avuto nessun coraggio e praticamente ha “coperto” il partito. Partecipando l’anno scorso a un dibattito alla presenza di una delle figlie di Moro ne ho avuto conferma. Alle mie sottolineature di ambiguità di Don Mennini, la figlia lo ha difeso a spada tratta.

Però ogni tanto, a volte quando meno te l’aspetti, escono delle verità.

Anche solo riflettendo.

Per esempio sulla Banda della Magliana.

Fin da quando uscì il mio film nelle sale, il regista Agosti mi disse che era stata la banda della Magliana ad uccidere Moro. Non so da chi avesse avuto questa informazione, ma anche se avesse raccolto una “voce”, cioè avesse recepito una convinzione popolare, la notizia ha un forte valore indiziario e va presa molto sul serio.

Ecco perché.

Stefano Grassi, nel bellissimo libro IL CASO MORO- UN DIZIONARIO ITALIANO, alla voce B. della M., scrive: “Nel quartiere, controllato in modo capillare da questo particolare tipo di malavita collegato a settori deviati dei servizi segreti e all’eversione nera, è situata la prigione del popolo di via Montalcini. Nelle immediate vicinanze di via Montalcini abitano numerosi esponenti della banda: a via Fuggetta 59 ( a 120 passi da via Montalcini) Danilo Abbruciati, Amelio Fabiani, Antonio Mancini; in via Luparelli 82 ( a 230 passi dalla prigione del popolo) Danilo Sbarra e Francesco Picciotto (uomo del boss Pippo Calò); in via Vigna due Torri 135 ( a 150 passi) Ernesto Diotallevi, segretario del finanziere piduista Carboni; infine in via Montalcini 1 c’è villa Bonelli, appartenente a Danilo Sbarra” (pagg.62-63,Mondadori,2008).

La “rivelazione” della prigione del popolo venne fatta da Morucci e Faranda al giudice Imposimato. Io stesso (nel 1985, mentre preparavo il film, proprio seguendo il suggerimento di Imposimato) ho potuto fare un sopraluogo nell’appartamento e constatare che sul pavimento c’erano ancora le tracce della falsa parete applicata dai brigatisti per creare un’intercapedine segreta.

Usando la logica, e guardando sulla cartina topografica l’ubicazione delle vie abitate dai banditi, via Montalcini risulta circondata dalle loro abitazioni; appare evidente che la scelta della “prigione del popolo”, dove però non abbiamo alcuna certezza che Moro vi abbia passato almeno qualcuno dei 55 giorni, non sia stata fatta dalle br ma dai maglianesi, che appunto volevano controllare a vista la “prigione” (a questo punto eventuale) e quindi Moro nonché i brigatisti.

Non solo. Poiché la ferocia dei banditi e il volume di fuoco che sarebbero stati capaci di produrre è addirittura mitico, appare chiaro che chi gestiva il rapimento era proprio la Banda ( e cioè i servizi diciamo così deviati, che con la Banda hanno rapporti strettissimi, come si deduce da tanti episodi ). Le br sono in realtà esse stesse prigioniere della Banda. E quindi delle forze politico-finanziare occulte che volevano la morte di Moro. Infatti sull’UNITA’ del 26 settembre 1982 Emanuele Macaluso ha dichiarato: ”Noi siamo fra coloro che non hanno mai creduto che a rapire e ad uccidere il presidente della Dc siano state solo le Brigate Rosse che organizzarono l’infame impresa. Abbiamo sempre pensato che gli autonomi obiettivi politici delle Br coincidessero con quelli di potenti gruppi politico-affaristici nazionali ed internazionali, che temevano una svolta politica in Italia” (citato anche nel volume POTERI FORTI, POTERI OCCULTI E GEOFINANZA, Mafia Connection ed., Pavia, 1996,pag.232). Conferma di tutto questo viene dalla lettura del volume IL MISTERIOSO INTERMEDIARIO di G. Fasanella e G.Rocca (Einaudi, Torino , 2003). Tra l’altro si viene a sapere che proprio in via Caetani esisteva un appartamento segreto (di proprietà della Duchessa Caetani) che durante la guerra aveva ospitato l’agente OSS Peter Tompkins e che potrebbe aver ospitato anche Moro prima dell’esecuzione. Sicuramente la Duchessa aveva persino l’accesso ad un un garage ( quello servito a nascondere la Renault rossa prima dell’assassinio, sul quale naturalmente nessuno ha indagato).

Che Moro abbia frequentato poco la prigione di Via Montalcini (se l’ha frequentata) è ormai certo (passare 55 giorni in un loculo senz’aria lo avrebbe stremato, invece la perizia del cadavere ha stabilito che Moro era in buone condizioni). Le altre “prigioni” sono almeno due: una (forse quella stabile, dove potrebbe aver passato la maggior parte dei giorni - spostare Moro sarebbe sempre stato un rischio) situata sulla costa laziale (sempre la perizia appura che sia le scarpe sia i pantaloni di Moro sia la Renault rossa hanno tracce bituminose e di terriccio che rimandano ad un luogo vicino a Palinuro) e una dove potrebbe aver atteso il momento dell’assassinio che secondo i brigatisti sarebbe avvenuto nel garage di via Montalcini. Bugia ridicola per tre motivi : il primo è che la Banda come ha scelto il covo di via Montalcini così sceglie il covo presso Palinuro; il secondo perché il garage di Via Montalcini è molto piccolo, quindi scomodo per sparare a Moro col cofano aperto, ed è molto esposto a visite di estranei ; infine portare il cadavere di Moro sanguinante da via Montalcini a via Caetani, cioè per diversi chilometri con molta polizia in allarme, è ovvio che fosse un rischio da evitare assolutamente; infatti la logica ci dice che il garage dove è stato ucciso Moro non può essere che in Via Caetani (cioè nel Ghetto ebraico) a pochi metri dal posteggio dove poi sistemare la Renault rossa.

Su chi abbia sparato a Moro i brigatisti hanno indicato ben tre di loro e questo dimostra sia pure solo indiziariamente che la loro testimonianza è inattendibile. Molto più attendibili i messaggi lanciati da un appartenente alla banda della Magliana, Antonio Chichiarelli, che lascia in un taxi un borsello con oggetti che “alludono a momenti diversi del rapimento e del sequestro Moro: i dodici proiettili, sparati da due armi diverse, con i quali Moro è stato ucciso; la testina rotante con cui sono stati scritti i comunicati (…); le due fotografie di Moro scattate dai brigatisti, il comunicato del lago della Duchessa; i medicinali che necessitano al prigioniero; i fazzoletti di carta con cui sono state temponate le ferite dopo l’esecuzione; un pacchetto di sigarette della marca fumata da Moro” (S.Grassi, op. cit., pag 155). Con questi documenti o notizie che potevano essere in mano a Chichiarelli ( es. : la foto originale della Polaroid) solo per aver gestito in prima persona sequestro e assassinio, sono, oltre che un oscuro messaggio, la confessione del delitto stesso. Quando dichiara di conoscere la marca dei fazzolettini tampone, Chichiarelli ci fa sapere che è lui che li ha messi sul cadavere di Moro, al punto da farci sospettare che sia proprio il killer del presidente ( o almeno che ha fatto parte del commando maglianese).

Questa “crescita” dell’importanza della B.della M. nel caso Moro apre uno scenario diverso e inquietante che fa valutare in modo nuovo altri episodi (tra cui primeggia il falso comunicato n.ro 7). Ma anche la scoperta del covo di Via Gradoli si configura sotto un’altra luce ( per es.: vuoi vedere che Chichiarelli aveva le chiavi dell’appartamento ed è stato lui, o qualcuno come lui, a provocarne la scoperta?)

La banda era potentissima anche in Vaticano, per i rapporti con Marcinkus (venuti fuori nella rubrica tv CHI L’HA VISTO) e, com’è noto, per aver fatto seppellire nientemeno che uno di loro nella basilica di San Paolo (alla stregua di un santo o di un cardinale!)."
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Nell'aprile del 2008 in occasione di una mia intervista rilasciata a Gr Parlamento, ho avuto modo di conoscere un giornalista di grande talento il cui nome è Alessandro Forlani. Di lui mi ha colpito l’enorme lavoro, estremamente interessante, che stava svolgendo in occasione del trentennale del “Caso Moro”.

Attraverso una serie di interviste, era riuscito a ricostruire ed a trovare nuove verità sulla vicenda con una minutezza di dettagli, che solo la sua grande preparazione gli permettevano.
Nel mio caso ho apprezzato moltissimo la sua professionalità: prima di intervistarmi, come dovrebbe fare qualsiasi giornalista degno di questa professione, aveva compiuto un capillare lavoro di ricerca riguardo tutta la storia politica e non di mio padre ed anche mia.

Questo credo che oggi non appartenga più a nessun giornalista. Il “giornalista” di oggi si prepara a malapena sul pezzo ed è totalmente privo di cultura, di conoscenza delle cose del passato (se pur importantissime) e soprattutto non va più alla ricerca di verità.

Se le cose sono datate, anche se vitali per una maggior conoscenza della storia del nostro paese, non interessano.
Di questo lavoro certosino, capace di svelare i fatti, i pensieri e le riflessioni di chi all'epoca era investito dalla carica o dalla voglia di salvare la vita di Aldo Moro, Alessandro Forlani sta per farne un libro, non solo di grande interesse perchè riporta le interviste fatte, ma poiché allo stesso tempo ad esse aggiunge un insieme di maggiori approfondimenti che saranno in grado di stimolare l'interesse del lettore.

Oggi è stato molto gentile (cosa che appartiene ai suoi modi) e mi ha inviato una bozza che riguarderà la storia di mio padre attraverso la mia voce. Di ciò che ho letto mi incuriosito un aspetto riguardante, come spesso accade, il defunto Kossiga:

L’allora ministro dell’Interno Cossiga ha liquidato come di nessun peso, in un’intervista sul caso Moro, l’intera vicenda dell’interessamento di Cazora. Cossiga spiega di aver bloccato sul nascere ogni possibile contatto tra le istituzioni e la criminalità, anche se era stato il vicecapo della polizia a proporglielo. Tuttavia dalle sue parole esce una conferma indiretta a quanto diceva il deputato laziale. Cossiga dice a Sabelli Fioretti che il sottosegretario Lettieri e Cazora stavano combinando dei guai, mettendo in mezzo settori della criminalità. Dice Cossiga: “Lei non immagina nemmeno i casini che ha combinato Cazora. Io ho minacciato di farlo arrestare”.

Ora spero di essere perdonato, perchè esentato dal leggere il libro-intervista di Sabelli Fioretti a Kossiga, anche per il fatto di aver sentito per decenni le cazzate di un uomo che si riteneva un uomo dello stato, il più grande giurista che la nazione ricordi e colui che vantava l'unicità di raccontare senza mezzi termini e filtri la “verità”. La sua, ovviamente.

Pensate quale Ministro della Repubblica e al tempo stesso insuperabile giurista, si sognerebbe di dire ad un Parlamentare della Repubblica italiana: “ti faccio arrestare”, quest'”uomo” è stato forse il più grande cazzaro che la storia italiana conosca, che sarebbe di nessuna importanza se non fosse stato Ministro degli Interni e Presidente della Repubblica.
Attraverso costui sono passati i due soli veri colpi di stato che il nostro paese ricordi (non bazzecole come il Golpe Borghese): il primo attraverso l'uccisione di Aldo Moro che segnò il passaggio per sempre al pentapartito, mentre il secondo passò attraverso tangentopoli, che con il bianchetto cancellò per sempre i maggiori partiti repubblicani in un batter di ciglia.
Ebbene non avrà premuto lui il grilletto sull'”amico” Moro ma ha lasciato che altri lo facessero, sapendolo perfettamente e senza dire nulla.

Le sue premature dimissioni dall'incarico di Presidente della Repubblica (cosa quanto mai curiosa e tempestiva) hanno concesso il lasciapassare a coloro che glielo avevano chiesto, dando carta bianca a quello che sarà l'avvento del berlusconismo.

Tali elementi ci permettono di valutare Kossiga come un uomo vile, ma soprattutto un traditore della Patria, arrogante e presuntuoso che amava farsi fotografare travestito da carabiniere, un uomo da sanatorio insomma. Ma niente paura ormai è morto ed in compenso abbiamo come Sottosegretario di Stato il figlio che certamente dotato di un talento unico, non poteva non essere scelto.

Ecco questa è la concreta ed unica eredità che l'“uomo” Kossiga ci lascia.
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Di M. Cazora  01/02/2011, in Parole senza deferenza (880 letture)
Quanto sta avvenendo sulla scena politica italiana negli ultimi 7 mesi è qualcosa di sconcertante.
Non intendo soffermarmi su quanto emerso a proposito delle vicende di Silvio Berlusconi, poiché tutti lo hanno fatto e continuano quotidianamente a farlo. Concedetemi solo una riflessione, ormai tutto ciò ha del surreale, si continua a distinguere sui comportamenti riguardanti la vita pubblica o privata, mi pongo una domanda, ma se la Procura di Milano era a conoscenza di tali fatti, perchè non ha fatto intervenire la forza pubblica nei giorni in cui tali dopocena si espletavano?
Se si esercita il reato di prostituzione (anche se non minorile) e quindi si va con una prostituta, si commette un reato in Italia, di conseguenza un irruzione nella casa del Premier lo avrebbe colto in flagranza di reato ed in quel caso anche per i parlamentari l'iter è immediato. Se una prostituta esercitasse la propria professione in casa sua,verrebbe incarcerata poichè non si tratterebbe di vita privata.

A parte questa parentesi, il Premier è indagato da diversi anni in diversi processi di rilevanza sicuramente maggiore. Ma a tutti quei milioni che lo hanno votato questo interessa? No, essi proseguono il loro cammino verso il dirupo con fare imperturbabile, anche in questa ultima occasione il PDL mantiene, così rivelano i sondaggi, lo stesso gradimento.
Quando sentiamo in televisione i soliti paladini del puttanesimo, assolvere Berlusconi per quanto fa, perchè non domandiamo loro se quanto il loro padrone fa li trova d'accordo? Così diremmo a coloro che ascoltano, che ora sappiamo con chi abbiamo a che fare e ce ne ricorderemo nel futuro.

Esiste un aspetto, verificatosi in tutti questi anni, tra i mille che potremmo citare, che inevitabilmente giustifica milioni di sciocchi, ignoranti e in malafede a prendere le difese di un Premier bandito, quest'uomo non è mai stato giudicato se non in pochi casi dai Tribunali e così ogni volta si va alle elezioni sempre nelle medesime condizioni. Perchè non esiste una legge che impedisca di votare un candidato Premier se prima non sappiamo se è colpevole o meno di reati?
Io cittadino ho il diritto di sapere chi voto, altrimenti con questo meccanismo consento ad un malfattore di guidare le sorti del nostro Paese indisturbato e magari per sempre.

Come dicevo, il Parlamento e gli italiani sono allo sbando da 2 anni e mezzo, non si è fatto nulla a parte la famigerata riforma universitaria, ma al popolo non sembra interessare, il Paese rischia il collasso ma a loro la cosa non interessa, forse stiamo meglio di quanto i dati raccontino.

A mio modesto parere è giunta l'ora di una fase nuova, non solo italiana, ma soprattutto europea ed è per questo che mi auguro per il futuro di tutti un grande Ministro degli Esteri. L'Europa intera è in picchiata e se i Paesi membri assieme alla BCE non cambiano atteggiamento, ci schianteremo tutti. Abbiamo la necessità di trasformare questa finta comunità in qualcosa di concreto, la moneta unica non è servita a cambiare i nostri paesi che operano sempre singolarmente. Una cultura nuova, esigenze comuni, lealtà, unanimità, renderanno l'Europa un solo Paese con cui le grandi potenze dovranno confrontarsi.

Io credo che in questo momento parametri fissati anni or sono creino sempre maggiori difficoltà alla crescita economica, siamo attenti al debito pubblico, all'inflazione e a tanti fattori che relegano tutti o quasi alla stagnazione che diversamente porta e porterà ancor di più all'immobilismo per paura di sbagliare. Decenni fa l'Italia ha raggiunto una percentuale di 21 punti riguardo l'inflazione eppure il Paese cresceva, porre una barriera al debito non consente ad una situazione ormai degenerata ed ad una fase storica mai vissuta in precedenza, di poter ricominciare a prospettare per i giovani e per le aziende un futuro diverso. In questa fase che considero irreversibile, c' è bisogno di maggiori investimenti ben fatti, che dobbiamo considerare una scommessa nuova sul nostro futuro. L'esposizione ad un maggior debito ci porterà nel medio periodo a mettere in moto qualcosa che è spento e ci farà rientrare con gli interessi di quanto oggi contrariamente non abbiamo potuto sfruttare e ci ha portati verso un baratro che l'immobilismo certamente non allontanerà.

Siamo alla sfida finale, non godiamo più di altre chance o prove di riserva, per questo, almeno da noi qualcosa possiamo e dobbiamo fare, non esiste più tempo, sono finiti anche i supplementari, siamo giunti ai calci di rigore, li vogliamo far battere a Berlusconi?

I famosi italiani brava gente dove sono finiti? Ne esistono ancora? E' tempo di togliere questa patina di putridume dalle nostre coscienze!
Facciamolo, non è più il tempo dei balordi incompetenti e laidi dentro.
Coraggio, un rigenerato e pulito animo nuovo deve accompagnare il nostro futuro.
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Di M. Cazora  13/02/2011, in Parole senza deferenza (2242 letture)
Desidero porre una riflessione di carattere etimologico, che dovrebbe portarci a capire quanto questa fase politica, generazionale, di costume, sia peggiore rispetto a quanto attraversato nel '900. Ricordiamo ovviamente il fascismo, come momento più basso della civiltà italiana, esso vedeva come suo ideatore e leader Mussolini, ebbene allora come oggi, non si è mai parlato di mussolinismo pur essendone lui l'espressione massima. Oggi viviamo un periodo storico nel quale si parla di berlusconismo, questo sta a significare come i comportamenti, gli atti di un solo uomo e non del suo partito (pur essendo parte attiva) abbiano modificato, trasformato, svilito e massacrato qualunque tipo di valore etico o morale. Se non possiamo parlare di male assoluto, definizione secondo gli storici, la Chiesa e la classe politica; da attribuire secondo me erroneamente; solo ad Hitler, forse per i nostri tempi ci avviciniamo abbastanza. Occorreranno decenni di rieducazione delle generazioni di oggi e di domani, prima di poter riparlare finalmente di un Popolo!
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Di M. Cazora  15/02/2011, in parole senza deferenza (2308 letture)
Circa 10 giorni fa il vice responsabile della Protezione Civile negli anni '90, ha raccontato che quando si occupò di risolvere il problema rifiuti a Napoli, fu avvicinato da una persona che lo mise in contatto con 3 funzionari dei nostri servizi segreti. Con loro ebbe un colloquio di circa 10 ore, poi ha raccontato che gli stessi uomini parlarono con l'allora Sindaco di Napoli, Bassolino. Ebbene la notizia come al solito passa inosservata, non è di nessun interesse, mentre io che sono curioso mi chiedo cosa c'entrino i nostri servizi con la spazzatura. Spieghiamoci meglio, io lo so ma per coloro che non lo sanno perchè questo non provoca un balzo sulla sedia? Vogliamo una volta per tutte prendere conoscenza del fatto che la politica non è sempre indipendente? che poteri dello stato hanno, dal dopoguerra ad oggi, condizionato le vicende del nostro Paese? Non restiamo sempre a guardare indifferenti ciò che accade incolpando di tutto i politici, informiamoci, riflettiamo, cerchiamo di crearci una nostra coscienza, priva di qualunque sovrastruttura ideologica, ma piuttosto cerchiamo la verità!
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Di M. Cazora  16/02/2011, in parole senza deferenza (2081 letture)
Trovo ahimè spregevole una donna che da anni siede in Parlamento; anche questo è un segno del cambiamento dei nostri tempi, a prescindere da Berlusconi; si tratta di Alessandra Mussolini. La ritengo volgare, arrogante, maleducata, incolta, presuntuosa, ignobile, saccente, cafona, prepotente, irrispettosa, impresentabile, cortigiana, sguaiata, se non è abbastanza per me è davvero una brutta persona. In Paesi diversi dal nostro, come al solito, solo dal nostro, una donna come lei dovrebbe vergognarsi del cognome che porta, mentre lei orgogliosamente e ripetutamente compie il reato di apologia del fascismo! Ce ne siamo certamente dimenticati, ma in Italia è ancora un reato da perseguire penalmente. Abbiamo impiegato 50 anni per far rientrare i discendenti del re, esiliati a mio parere ingiustamente, anche se possiamo dire che non c'eravamo persi nulla. Il re fu giustamente crocifisso per aver firmato le leggi razziali, ma dimentichiamo che chi lo obbligò a farlo fu Mussolini, il quale poi le pose in opera, consegnando al suo amico Hitler migliaia di persone che andarono a morire. Bene se Hitler era il male assoluto, chi si è reso complice non era da meno. Riflettiamo su come oggi si voti per una persona che porta il suo cognome e che ne fa ancora l'apologia, a distanza di 66 anni dal riconoscimento a Piazzale Loreto, di quanto male fece all'Italia e a tanti innocenti.
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Oggi il Giudice Imposimato ha rilasciato la seguente intervista a tiscali.it: L'appello di Imposimato: "La stessa mano dietro la morte di Moro e Borsellino: i giudici dicano la verità sulle stragi" di Antonella Loi Oggi come ieri, i magistrati di trincea non hanno vita facile. Nell'Italia berlusconiana come in quella democristiana è un tornare di vezzi vecchi ma sempre attuali. "I magistrati titolari di inchieste scomode patiscono quello che patirono Falcone e Borsellino". Ferdinando Imposimato, presidente onorario della Suprema Corte di Cassazione e giudice istruttore in alcuni dei casi più eclatanti e misteriosi dell'Italia repubblicana - dal caso Moro alle stragi di terrorismo e mafia, fino al tentato omicidio di Giovanni Paolo II - non ha dubbi: oggi i giudici devono lottare contro l'isolamento, "soprattutto in relazione alle terribili verità che stanno emergendo dalle inchieste in corso". Palermo e Caltanissetta, in primis, sono le due procure su cui sono puntati i riflettori. La verità processuale di fatti già ritenuti assodati e che mostrano la collusione tra pezzi di Stato e Cosa Nostra, la cosiddetta "trattativa" fra Stato e mafia, potrebbe emergere presto. “Gli strumenti ci sono”, dice Imposimato mentre a Sestu (Cagliari) partecipa alla seconda "Giornata della legalità e moralità" dedicata all'unica donna della scorta di Borsellino, Emanuela Loi. Quali sono questi strumenti? “Innanzitutto rendere note le informazioni che già si hanno. Mi riferisco in particolare ai giudici di Palermo e Caltanissetta. Da una parte per difendersi, dall’altra perché noi cittadini non possiamo aspettare altri vent’anni per avere una verità su quanto accaduto a Falcone e Borsellino o quanto accaduto ad Aldo Moro”. Non lo fecero nemmeno i due giudici palermitani. “Sbagliando secondo me. Se avessero detto quanto sapevano, forse le cose sarebbero andate diversamente. Poco tempo dopo il fallito attentato dell’Addaura, incontrai Falcone e gli chiesi se secondo lui dietro quel fatto ci potessero essere esponenti dei servizi segreti. Forse perché io all’epoca ero parlamentare, anche se indipendente di sinistra, o forse perché Falcone era uno notoriamente prudente, non mi rispose. Sono convinto che abbia sbagliato”. Falcone però andò diverse volte in tv per raccontare i fatti dei quali si stava occupando. “Sì ma certi elementi non emersero mai. E’ inaccettabile che delle persone che nulla c’entrano con la strage di via D’Amelio nella quale morì Borsellino siano finite in carcere e i veri responsabili invece siano ancora liberi. Se questi avesse detto cose che certamente sapeva, chi ha indagato dopo sulla sua morte non sarebbe incappato in simili errori. Anche se, chiaramente, c’era un’attività di depistaggio, sostenuta da una stampa collusa, che ha prodotto risultati concreti per vent’anni: siamo ancora qui senza avere giustizia”. Emblematico dei tempi è l’iter che seguì la legge sul carcere duro e sui collaboratori di giustizia. “Ho collaborato con i due magistrati dall’80 all’86 e insieme lavorammo molto per la norma sul 41 bis, il carcere duro per i mafiosi che, anche da dietro le sbarre, continuavano a ordinare stragi e omicidi. La legge incontrò sempre molte resistenze e fu approvata solo dopo la morte di Borsellino. Lo stesso dicasi per quella sui collaboratori di giustizia per la quale lavorai anch'io. Una legge necessaria dopo che i primi esponenti di Cosa Nostra cominciarono a parlare. E questo fatto creò grandi allarmi negli uomini politici che sapevano che se le collaborazioni fossero diventate un fenomeno diffuso sarebbero emersi rapporti terribili tra mafia, imprenditoria e uomini politici. Ma convegni e colloqui con i vari ministri degli Interni non servirono a nulla: questa legge non la voleva nessuno. Erano i tempi della Dc”. I due magistrati vennero chiamati “professionisti dell’antimafia” da Sciascia. “Sì a tratti il loro lavoro non veniva capito. Borsellino soffrì molto per queste parole e più volte nei due fu ricorrente il senso di solitudine. Ho letto proprio in questi giorni i verbali dell’interrogatorio a Falcone davanti al Csm, quando fu costretto a difendersi perché accusato di colludere con Cosa Nostra insieme a Borsellino. Vennero interrogati come se fossero due criminali. Ho i verbali perché il regista Rosi me li chiese per farne un film: una pellicola sulla persecuzione che i magistrati palermitani subirono prima della loro morte”. Oggi sembra siamo vicini alla verità sulla morte dei due giudici palermitani. Ma anche la terribile verità sulla morte di Aldo Moro sta emergendo. Lei ha scritto un libro, “Moro doveva morire”, nel quale scrive nomi e cognomi dice chi mosse la mano contro lo statista democristiano. “Esatto. A distanza di trent’anni ho potuto scoprire che Moro era stato vittima di un complotto politico in cui entravano due uomini di governo, dei servizi segreti, uomini della loggia massonica P2, la stessa di cui fa parte il presidente del Consiglio. Tutti dentro un comitato di crisi istituito al ministero dell’Interno per deviare le indagini e per impedire che Moro venisse salvato. Però per venti anni io non l’avevo capito”. Depistaggi e omissioni: Moro come Falcone e Borsellino insomma? “Esatto le vicende sono collegate perché sono gli stessi uomini dei servizi segreti e della P2 che poi troveremo nel ‘92 a fare le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Queste cose le ho scritte nel mio libro, facendo nomi e congnomi e non ho ricevuto nessuna richiesta di rettifica né dagli uomini della P2 che da uomini politici. Io faccio mea culpa: nel caso Moro per anni ho creduto alla linea della fermezza seguita dallo Stato, ma poi grazie a documenti dati da un senatore alla commissione stragi, è emerso che non solo c’era chi sapeva del rapimento di Moro e della strage degli uomini della scorta, ma anche chi conosceva il covo e lo statista non fu mai salvato”. Stessa mano, stesso burattinaio? “Sì, lo dico anche perché l’epurazione nei servizi segreti, dopo la scoperta della P2 non venne fatta come si deve: i servizi rimasero deviati. Nel caso della morte di Moro i documenti dimostrano che presso il ministero dell’Interno c’era un comitato di crisi di cui facevano parte solo uomini della P2, dei servizi, un agente della Cia e un agente del Kgb, individuati con nome e cognome. Però guai a generalizzare e mettere tutti nella stessa barca: non tutti erano coinvolti in questa congiura, molti non sapevano. E queste cose le scrivo e le documento io che per anni mi sono rifiutato di credere alle tesi dei cosiddetti 'dietrologi'”. 15 febbraio 2011 Con una bella faccia tosta oggi a distanza di quasi 33 anni, Imposimato ci confessa che a causa della sua incapacità, non siamo giunti alla verità sul caso Moro. Qual'è lo scopo, farsi un po' di ulteriore pubblicità, raccontare storie per depistarci ulteriormente? Io ritengo che abbia guadagnato abbastanza in termini economici, professionali e notorietà, tali da meritarsi un giusto riposo, volto a meditare con se stesso e la propria coscienza. Egli è sempre stato organico allo Stato, lo stesso Stato che da 60 anni ci nega la verità su ogni atto oscuro che le vittime di questo Paese rivivono ahimè ogni giorno. Intendo porre un quesito concreto al Giudice Imposimato, nella speranza trovi il coraggio di rispondere. Nel 1978 mio padre Benito Cazora relazionò tutti riguardo i suoi tentativi di salvare la vita di Aldo Moro come le carte dimostrano. Sulla base di quelle carte e sui racconti di mio padre, che dimostrò di essere stato il primo ad individuare il covo di Via Gradoli e come ultimo aver notiziato Cossiga della prevista morte di Moro 2 giorni dopo, come tristemente avvenne fu ascoltato allora dallo stesso Imposimato. Ciò detto chiedo come mai ascoltate tali verità non lo inserì nell'elenco dei testimoni? Fu un atto di malafede o sempre di totale incapacità? Grazie a lui e tanti altri il Paese attende invano. In Italia si è tra le tante cose perso il senso della vergogna, sentimento che ognuno di noi dovrebbe provare quando compie un gesto ingiusto, cerchiamo di ripristinarlo, altrimenti saremo un popolo privo di ogni speranza.
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